Il 17 luglio si è spento a 84 anni Diego Irarrázaval, religioso cileno della Congregazione della Santa Croce e una delle figure di spicco della teologia latinoamericana della liberazione. La sua vita è stata caratterizzata da una scelta chiara a favore dei poveri e delle popolazioni indigene, ma il tratto distintivo della sua personalità e del suo percorso intellettuale è stato forse quello di lasciarsi sempre interrogare e mettere in discussione anche personalmente, dai nuovi soggetti sociali, culturali e ecclesiali che incontrava, fossero gli studenti universitari mobilitatisi alla fine degli anni ’60, le comunità autoctone andine con cui era entrato in contatto nei tre decenni successivi, il movimento delle donne che negli ultimi 20 anni lo aveva portato a ripensare i rapporti di genere e la mascolinità.
Laureatosi in Teologia alla Pontificia Università Cattolica del Cile nel 1969, dopo aver partecipato alle lotte studentesche dell’epoca, entrò a far parte di Cristiani per il Socialismo, una rete che riuniva preti, religiose e laici impegnati nei processi di trasformazione sociale che attraversavano l’America latina. Dopo il colpo di Stato del 1973, si dedicò alla solidarietà e protezione delle persone perseguitate dalla dittatura, ma nel 1975 dovette andare in esilio in Perù per sfuggire alla presecuzione del regime militare.
Qui lavorò inizialmente nella città costiera di Chimbote e collaborò con l’Istituto “Bartolomé de las Casas”, guidato da Gustavo Gutiérrez, poi si trasferì sull’altopiano per immergersi nelle comunità indigene, coordinando dal 1981 all 2004, l’Istituto di studi aymara e venendo ordinato prete nel 1984. L’esperienza peruviana portò Irarrázaval a mettere in discussione l’abitudine di considerare i popoli originari come meri destinatari di evangelizzazione, assistenza o studio, scoprendone conoscenze, memorie, forme di organizzazione e modi propri di comprendere il rapporto tra le persone, la natura e il sacro. Da qui il suo interesse e le sue ricerche su cultura, identità indigena, religione, feste popolari e vita comunitaria, temi che ha incorporato nella sua riflessione accanto alle preoccupazioni per la giustziai socciale tipiche della teologia della liberazione. Irarrázaval si è occupato di argomenti tradizionalmente ritenuti secondari nelle istituzioni accademiche ed ecclesiastiche: la saggezza indigena, la religiosità popolare, le relazioni tra uomini e donne, la cura della terra, l’umorismo, la celebrazione e le forme comunitarie di affrontare la sofferenza ecc., giudicandole fondamentali per comprendere la realtà latinoamericana e per vivere il cristianesimo senza ignorare i conflitti di classe, la discriminazione culturale, il dominio maschile, la distruzione della natura e la messa a tacere dei saperi popolari. Mantenendo una presenza costante nelle comunità, nei centri pastorali, nelle università e nelle reti continentali, ha costruito ponti tra il mondo accademico e la vita popolare, tra il cristianesimo e le culture indigene, tra l’esperienza spirituale e le lotte sociali, tra la tradizione e la postmodernità, tra le culture originarie e l’intelligenza artificiale.
La sua attività si è estesa ben oltre i confini del Cile e del Perù, collaborando con Amerindia, la rete latinoamericana dei teologi e delle teologhe della liberazione. Tra il 1995 e il 2006 ha coordinato l’Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo Mondo (Asett-Eatwot), una rete internazionale che ha messo in dialogo le esperienze dell’America latina, dell’Africa e dell’Asia, e dal 2005 al 2017 ha fatto parte del Comitato editoriale della rivista internazionale Concilium.
A me, che ho avuto la fortuna di conoscerlo, resta il ricordo non solo dell’acuta e originale intelligenza che traspariva dai suoi occhi, ma anche della semplicità e simpatia con cui ti accoglieva il suo volto incorniciato da una barba che lo faceva assomigliare a un folletto.
Di seguito il link dell’ultimo articolo apparso sulla nostra rivista: “Sulla religione popolare” (“Missione Oggi” / Gennaio-Febbraio 2020)
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