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LA TURCHIA IN SOMALIA / IN MARGINE ALLA LIBERAZIONE DI SILVIA ROMANO

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Perché abbiamo avuto bisogno dei servizi segreti turchi per liberare Silvia Aisha Romano? La domanda è legittima, tanto più che la stragrande maggioranza degli italiani non sospettava neppure la presenza di Ankara in Somalia.

Intanto l’attualità ci dice che durante il mese di Ramadan, che si concluderà questo fine settimana, l’agenzia di cooperazione turca (TIKA) ha inviato aiuti alle famiglie povere, in Somalia come alla vicina Gibuti, mentre fin dall’inizio della pandemia ha trasportato materiale medico in un paese particolarmente esposto al contagio, anche per le insufficienze delle infrastrutture sanitarie. Ankara è dunque ben accetta in Somalia, come in altri paesi africani, salvo che dai gruppi armati.

Il 28 dicembre scorso un camion viene fatto esplodere nei pressi di un posto di controllo alla periferia di Mogadiscio, bilancio: oltre 80 morti, e più di 100 feriti. Il comunicato dei terroristi legati al gruppo al-Shabaab parla però di un convoglio turco come obiettivo, ma le vittime turche sono solo 2 impiegati civili, e si scusa, per la prima volta, per aver fatto in realtà strage di civili somali. Una parte dei feriti è evacuata con un aereo militare in Turchia.  

La Turchia ha inaugurato nell’ottobre 2017 a Mogadiscio la sua più grande, per superficie, base militare all’estero, per l’addestramento di oltre 10mila militari dell’esercito somalo, anche se la presenza di ufficiali turchi si limita a qualche centinaio. Nella capitale, Ankara ha anche la sua più importante rappresentanza diplomatica in Africa. Perché tanto interesse in un paese destabilizzato, il cui governo controlla solo una modesta parte del territorio?

L’instabilità ha in effetti favorito la presenza della Turchia in un paese strategico per la sua posizione all’ingresso del mar Rosso. In questo caso non sono tanto gli affari, anche se a inizio gennaio Mogadiscio ha rilasciato ad Ankara un permesso per la ricerca di petrolio nelle acque somale, ma la possibilità di saldare gli interessi e la presenza turca nel Mediterraneo orientale, ancora prima dell’intervento in Libia, a fianco del governo di Tripoli e contro il rivale Haftar.

Con la politica estera di espansione dell’era Erdogan, verso i paesi musulmani soprattutto, la Turchia potenzia non solo la presenza militare, ma anche il suo servizio segreto (MIT). Non sono più solo i kurdi o le opposizioni interne a dover essere controllati, ma il paese ha bisogno di uno strumento di sorveglianza a livello globale. Il MIT segue in Somalia la presenza militare e diplomatica. Fra l’altro i turchi sono impegnati anche nel rafforzamento dei servizi segreti somali, il che giustifica che nel comunicato per la liberazione della nostra cooperante siano citati i due servizi di intelligence. E che i servizi segreti abbiano preso un ruolo sempre più importante nella politica di Erdogan lo dimostra all’inizio di gennaio l’inaugurazione della loro nuova grandiosa sede, ribattezzata Kale, la fortezza, per le imponenti misure di sicurezza che la circondano. “Grazie al lavoro fecondo dell'organizzazione dell’intelligence abbiamo la capacità di agire nel nostro interesse, senza bisogno di autorizzazione o aiuto da qualsiasi altro paese, in qualsiasi parte del mondo”. Le parole di Erdogan il giorno dell’inaugurazione la dice lunga sulle ambizioni del presidente turco. Hakan Fidan, oggi a capo del MIT, è un ex ufficiale che ha prestato servizio all'estero con il comando dell’Intelligence e delle operazioni del Corpo di reazione rapida della NATO in Germania.

Nell’agosto 2011 Erdogan, allora primo ministro e primo leader non africano, va a Mogadiscio assediata dalla guerra civile e dalla carestia. Porta con sé aiuti umanitari, e da allora la presenza turca si estende in tutti i campi: cooperazione internazionale, commercio e infrastrutture, come l’aeroporto di Mogadiscio e il porto gestito da una società turca. La Turchia è, tra i donatori, il paese più presente in Somalia.

Si comprende ora la ragione della presenza ben radicata di un servizio segreto turco in Somalia. Quanto alla collaborazione coll’Italia, va ricordato che, dopo Usa e Spagna, siamo i maggiori fornitori di armi alla Turchia, in costante crescita nell’ultimo decennio. La Turchia è al terzo posto tra le autorizzazioni all’export delle armi italiane, dopo Pakistan e Qatar.



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