La caduta di Kabul, il 15 agosto scorso, ha avuto molta risonanza nei paesi del Sahel, soprattutto in Mali, Burkina-Faso e Niger, dove sempre più numerosi sono gli attacchi dei gruppi jihadisti e dove l’intervento occidentale non riesce a contenere la loro espansione. Inoltre, le dichiarazioni del presidente francese Macron sul ridimensionamento dell’operazione “Barkhane”, fino al suo ritiro completo, per essere sostituita da una nuova operazione europea, “Tabuka”, in fase di organizzazione, di cui farà parte anche l’Italia, stanno suscitando discussioni, timori e perplessità sulla stampa locale e presso i governanti di questi paesi. Per quel che riguarda le forze armate dispiegate nel Sahel, rimando al mio contributo precedente (vd. link a seguito).
Mali, Burkina-Faso e Niger vivono ormai da una decina d’anni sotto la minaccia jihadista di gruppi affiliati ad Al-Qaida oppure all’organizzazione dello Stato islamico. Le due organizzazioni e i loro affiliati saheliani sono diversi per modalità di movimento e di azioni armate sul terreno, ma ambedue seminano panico e insicurezza tra le popolazioni. Esse hanno come scopo comune combattere le forze internazionali, che rappresentano l’Occidente che propone valori contrari all’islam. L’instaurazione della legge islamica sui territori che comandano diventa un fattore identitario fondamentale. La vittoria dei talebani in Afganistan ha sicuramente mobilitato nuove energie nei vari gruppi jihadisti del Sahel che continuano, più forti di prima, a perseguire i loro ideali con ogni mezzo.
A ovest del Niger, per esempio, vicino alla frontiera col Mali, nel villaggio di Darey-Daye, il 16 agosto si è verificato un nuovo massacro di 37 persone, perpetrato da presunti terroristi, portando così a 457 il numero dei morti in questa regione del Tillabéri, dall’inizio dell’anno. Una regione che si trova nella zona detta delle “tre frontiere” tra Niger, Burkina-Faso e Mali, teatro continuo di violenze jihadiste. Le persone sono state freddamente uccise mentre erano al lavoro nei campi da un gruppo di terroristi arrivati con moto e armi. Tra i morti quattro donne e tredici minori. Il Niger deve anche fronteggiare gli attacchi di Boko-Haram e dello Stato islamico nell’Africa occidentale (Iswap) nel Sud-Est del paese, sulla frontiera con la Nigeria.
Il Burkina-Faso è stato colpito il 18 agosto, al Nord, tra Arbinda e Dori, sempre nei pressi della zona delle “tre frontiere”. Un convoglio di civili e militari, composto da 80 veicoli, è stato attaccato da un gruppo di terroristi causando la morte di almeno 80 persone tra civili, militari e terroristi. Il vescovo di Dori, mons. Laurent Dabiré, presidente della conferenza episcopale del Burkina-Niger, intervistato da Rfi, ha parlato di una grande difficoltà di spostamento da parte della popolazione e dell’insicurezza sempre maggiore per gli abitanti della zona, anche quando sono accompagnati dai militari governativi. Dal 2015 i terroristi hanno causato la morte di più di 1400 persone con più di un milione di sfollati interni.
Nel Mali, 15 soldati sono stati uccisi in un’imboscata attribuita a un gruppo jihadista, il 19 agosto scorso, al centro del paese tra le località di Nokara e Boni. In questa zona i terroristi rendono la vita difficile anche ai contadini impedendo loro di coltivare i campi, rendendoli cosi dipendenti dall’aiuto che i gruppi jihadisti stessi forniscono. Il Mali è il più fragile dei tre Stati saheliani, anche in seguito al secondo colpo di Stato del maggio scorso, a soli nove mesi dal primo.
I vescovi della conferenza episcopale del Burkina-Niger hanno fatto sentire la loro voce da tempo, denunciando alla comunità internazionale l’interesse di un gran numero di forze straniere per i loro territori. Nel loro incontro ordinario, dal 7 al 12 giugno, a Ouagadougou, capitale del Burkina-Faso, i vescovi hanno preso la parola in un comunicato stampa subito dopo l’attacco armato alla località di Solhan, tra il 4 e il 5 giugno, che ha causato la morte di 160 persone. Alcune testimonianze attestano anche la presenza di donne tra gli attaccanti. Esprimendo le loro condoglianze ai parenti delle vittime, i vescovi hanno dichiarato che “l’idra terrorista” resta il centro delle loro preoccupazioni. “Il tragico avvenimento di Solhan mostra che lo spettro terrorista si fa sempre più minaccioso per la popolazione vicina alle basi militari nazionali e internazionali”.
I vescovi si interrogano anche sulla presenza di queste basi militari, che espongono la popolazione civile alla recrudescenza jihadista più di quanto non siano capaci di proteggerla e di prevenirne gli attacchi. Il gran numero di sfollati poi mortifica la speranza in un avvenire migliore. Questa situazione rende impossibile – denunciano i vescovi – raggiungere le diverse comunità di fedeli sparse in quel territorio. Per cui i vescovi chiedono una gestione più vigorosa e rigorosa della crisi attuale perché da questa reazione dipende anche la sopravvivenza della Chiesa nel Sahel. Con l’intensificazione degli attacchi jihadisti diventa sempre più difficile riunirsi in preghiera per le comunità cristiane locali. Questo dimostra che l’apparato di sicurezza non funziona come dovrebbe. I vescovi non escludono la possibilità di un dialogo tra le forze in campo, cosa che non trova facile consenso tra i governanti. Quando si ha a che fare con un movimento jihadista transfrontaliero e internazionale, infatti, le cose si complicano. È necessario sapere, continuano i vescovi, con chi dialogare e su quali valori. Inoltre, l’uso della forza (armata) rende molto più difficile il dialogo. I vescovi, infine, denunciano che uno dei problemi più urgenti delle società saheliane è la mancanza di lavoro e di prospettive per la gioventù, che diventa così facile preda dei movimenti jihadisti non fosse altro perché con loro è garantito almeno un salario.







