CHIESE AFRICANE PER LA PACE NELLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI
Dal 24 al 26 febbraio 2025, l’ACEAC (Associazione delle Conferenze episcopali dell’Africa centrale), composta dai vescovi del Burundi, Ruanda e Congo RD, ha tenuto il suo incontro a Dar-es-Salam, capitale della Tanzania, per riflettere sulla pace nei paesi dei Grandi Laghi.
I tre paesi, profondamente legati tra loro dal tempo della colonizzazione, attualmente, con il conflitto armato nell’Est del Congo, vivono un deterioramento di questi legami. Sono proprio il Nord e il Sud Kivu che costituiscono l’elemento catalizzatore delle relazioni tra i tre paesi.
Le collisioni, gli scontri e urti perduranti da anni alla frontiera tra il Nord Kivu e il Ruanda si sono intensificati alla fine dello scorso gennaio con l’occupazione della città di Goma da parte dei movimenti ribelli M23 (Movimento 23 Marzo) e AFC (Alleanza del Fiume Congo) sostenuti logisticamente e militarmente dal vicino Ruanda. A metà febbraio la stessa sorte è toccata a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, occupando cosi tutta l’area del lago Kivu.
La motivazione veicolata nei mass media per giustificare tale invasione è il contenimento delle FDLR (Forze democratiche del Ruanda) considerate eredi delle forze responsabili del genocidio del 1994. In realtà la motivazione è di natura economica: la gestione delle terre rare e strategiche di queste due province regioni dell’Est del Congo. Ricordiamo che proprio su questa frontiera il 5 settembre 2017 è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio con tutta la sua scorta. Il movente non è ancora stato chiarito.
Nell’attuale conflitto il Burundi si è schierato con il Congo con circa 10mila militari, temendo di essere circondato anche a Ovest da alleati del Ruanda. Le frontiere tra i due paesi sono infatti chiuse da più di un anno. Il Burundi accusa il Ruanda di ospitare gli autori del fallito colpo di Stato del 2015 e di cercare di sovvertire il suo governo. Un particolare non trascurabile in questa diatriba è la composizione dei due governi: a maggioranza hutu quello del Burundi, a maggioranza tutsi quello del Ruanda.
In questa situazione di conflitti interni latenti e conflitti transfrontalieri i vescovi dell’uno e dell’altro paese, cercano di dar voce a popolazioni silenti, spesso silenziate, interpellando i rispettivi governi, in modo da trovare soluzioni pacifiche per alleviare le sofferenze della società civile. Hanno scritto ai loro capi domandando di “agire con saggezza e compassione per ripristinare la normalità e promuovere l’unità tra le nazioni”.
Nello scorso gennaio in Congo, con lo scoppio del conflitto nell’Est, la CENCO (Conferenza episcopale nazionale del Congo) e la ECC (Chiesa di Cristo in Congo), che raggruppa le Chiese protestanti tradizionali, hanno proposto un Patto sociale per la pace e la buona convivenza nel Congo e nella regione dei Grandi Laghi. L’iniziativa è stata contrastata sul nascere dal partito del presidente, l’UDPS (Unione per la democrazia e il progresso sociale), che accusa i leader religiosi di ingerenze negli affari dello Stato, sostenendo che “la Chiesa non ha alcun titolo per prendere iniziative politiche”. Malgrado tale opposizione, i responsabili delle Chiese hanno potuto incontrare i capi dei governi e dei ribelli. L’iniziativa intende promuovere la coesistenza pacifica e solidale tra le popolazioni, affrontando le cause profonde dei conflitti politici e armati attraverso il dialogo e la collaborazione tra comunità, politici e leader religiosi. L’iniziativa è ancora in corso e ha già dato qualche frutto.
Questo sottolinea l'impegno delle Chiese locali nella promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione, quali voci critiche e profetiche nei confronti dei governi, in contesti caratterizzati da tensioni politiche e sociali. Il dialogo e il confronto franco e sincero dovrebbero sostituire il rumore e la distruzione delle armi favorendo l’incontro e la messa al bando dello scontro.







