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Vite distrutte per sempre, “...aiutare dove nessuno ci vede”

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La notte del 15 novembre scorso è stata una notte di terrore per la gente del Bangladesh, specialmente per tutte le famiglie che vivono lungo le coste e in prossimità della foresta tropicale Sunderban.

Se gli avvisi non bastano

Persone di tutte le età, noi compresi, attendevano con molta ansia e timore di capire cosa sarebbe successo nel momento in cui il ciclone Sidr fosse passato sopra questa zona del golfo del Bengala. Televisioni, radio, giornali e anche gli uffici di polizia e delle amministrazioni locali continuavano ad annunciare, da diversi giorni, il pericolo del ciclone imminente.

Le autorità con gli altoparlanti avevano avvisato la gente di recarsi nei rifugi costruiti in zone a rischio, dopo il passaggio dell'ultimo devastante ciclone del 1991. Molti, però, non ci hanno creduto e non hanno lasciato la casa; altri vi si sono recati con largo anticipo, ma poi, visto che non succedeva nulla, sono rientrati nelle proprie case per timore di sciacallaggi; altri ancora non hanno sentito gli annunci, perché in zone distanti. Parecchi pescatori erano nei fiumi o in mare, e non sapevano cosa stesse per accadere. Questo è il periodo in cui i pescatori si allontanano anche per mesi, per procurare cibo e affrontare la stagione invernale.

Una forza distruttiva

Sidr è arrivato colpendo con inaudita violenza a Dublarchar e Hironpoint, affacciati sulla baia del Bengala, per poi dirigersi verso l'interno con direzione nord-est. Circa 50.000 persone vivono in questa regione del Bangladesh meridionale, e vivono sulle risorse naturali di pesca, legna e miele, offerte dalla Sunderban, la foresta di mangrovie più grande del mondo, patrimonio dell'umanità per l'Unesco.

Sidr è arrivato a farsi pagare un alto tributo di vite umane. Ha danneggiato migliaia di ettari di campi coltivati a riso, principale risorsa alimentare di questo paese; ha distrutto completamente i sistemi di comunicazione, case e capanne; ha inghiottito bestiame e animali della foresta.

Fin dal giorno successivo, io e i giovani di "Dalit", una ong locale con la quale collaboro, assieme ai saveriani e alle suore del Pime, abbiamo iniziato a lavorare, raccogliendo fondi per portare aiuti in cibo, coperte, vestiti e assistenza medica nelle zone più colpite.

Nei villaggi dimenticati

Durante una ricognizione, siamo arrivati a un ponte crollato, unico collegamento con la zona dove volevamo intervenire. Per attraversarlo, la gente aveva rimediato con due bambù legati alla bella e meglio e uno che fungeva da scorrimano. Il ponte era a 5 metri d'altezza sul canale ed era lungo una trentina di metri. Non ci siamo scoraggiati e lo abbiamo attraversato.

Dopo una mezz'ora di cammino siamo arrivati in un villaggio dove vivono 585 famiglie. Nessuno era ancora andato fin lì prima di noi. Nel vederci, la gente era felice. Un uomo sopravvissuto ci ha raccontato che l'acqua era arrivata a un'altezza di 3 metri. Abbiamo incontrato una giovane donna seduta con la schiena appoggiata a un albero. Guardava nel vuoto e piangeva: la sua casa non c'era più e neanche i suoi quattro bimbi. La più grande aveva 11 anni.

Per riportare un sorriso

Al ritorno, siamo passati dal Prefetto, per chiedere l'autorizzazione a operare in quella zona. Dopo avergli fatto presente la situazione, ha accettato e ci ha chiesto se potevamo anche ricostruire quattro ponti crollati. A noi ne basta uno per portare i soccorsi. Ed è quello che faremo. Sarà dura, perché per ricostruire le case bisogna prima togliere le piante che sono tante e grandi.

Abbiamo scelto di operare laddove nessuno ci vede e, nel silenzio del nostro lavoro, continueremo a impegnarci, come abbiamo sempre fatto, con il sincero desiderio di riuscire a riportare un sorriso a queste persone che, pur avendo perso tutto, stanno dimostrando grande dignità e lavorano ogni giorno per ricostruire un pezzo di vita, perduta per sempre.



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