Uno scatto alla Sierra Leone
Ringraziamo la fotografa parmense che ci ha concesso il racconto del suo viaggio in Sierra Leone, già pubblicato su "La Repubblica Parma.it", con tante immagini.
Cercavo un posto in cui investire le vacanze estive. "Va' da padre Berton in Sierra Leone", mi hanno detto. E così è stato. Sono arrivata di notte e il traghetto per Freetown sarebbe partito solo l'indomani. Ma il missionario aveva provveduto. Appena scesa dall'aereo, mi è venuto incontro Tamba, uno dei suoi ragazzi. "Grazie Tamba - gli dico - mi spiace che stanotte non potrai dormire per colpa mia". "L'ho fatto per padre Berton. I love him - gli voglio bene!".
La ritrovata spontaneità
Un gesto e una frase che rendono per intero il carisma del missionario. Nato a Vicenza, classe 1935, padre Bepi Berton è capace di far muovere gambe e anime dei ragazzi che ha incontrato in questi quarant'anni trascorsi in Sierra Leone. Vive a Kissy, un disagiato quartiere nella periferia est di Freetown. Migliaia di catapecchie, tetti, lamiere, tende azzurre lasciate dall'Onu durante la guerra... sono diventate le nuove case di rifugiati e miserabili.
Ma l'incontro con i ragazzi di Kissy e delle altre missioni saveriane è stato divertente, basato su una spontaneità a cui la mia città, Parma, si è disabituata. I missionari sono padri spirituali, ma anche molto pratici: le loro azioni valgono più di mille parole. La loro formazione passa anche da Parma, dov'è la casa madre dei saveriani.
Quella piccola moltitudine
C'è l'ironico e coraggioso Bepi Berton, il mite Eugenio Montesi e il placido Luigi Brioni, italiani; e poi l'arguto Carlos Loroño, dalla Spagna, e l'energico sierraleonese Henry. Sono solo cinque, ma mi sono sembrati una moltitudine. Ognuno di loro differisce per personalità e carattere; ognuno con la propria passione, il proprio pensiero e la propria forza nella fede. Questi piccoli grandi uomini mi hanno lasciato tanto. Hanno vissuto in questa nazione con tanti problemi, che vanno dalla mancanza di cibo all'analfabetismo, dalla miseria alla guerra, durata dieci anni.
Nel libro "Quattro giorni, quarant'anni" di Davide Rondoni, p. Berton racconta: "Non era neppure demenza; era una passione demoniaca che quando operava con misericordia si accontentava di uccidere, ma più spesso torturava la vittima amputando gli arti, estraendo occhi, squartando madri per il solo gioco di indovinare il sesso del nascituro. Vera demenza satanica... E ancora non basta, perché a questa demenza furono impiegati adolescenti e bambini, non come vittime, ma come torturatori".
Durante i miei giorni a Kissy non ho chiesto nulla della guerra, nemmeno al giovane Tamba, che porta ancora sul petto la cicatrice che cancella il tatuaggio "RUF", la sigla dell'esercito dei ribelli a cui apparteneva. Anche Tamba è un ex bambino soldato.








