Una ventata di umanità
Alessandra Lisippo è una ragazza di Taranto che l’estate scorsa ha vissuto un’esperienza missionaria in Thailandia, insieme ad altri giovani italiani. Le abbiamo rivolto alcune domande
Cosa provavi prima di partire?
Avevo una grande curiosità e il desiderio di conoscere altri popoli, ma c’era anche tanta paura. Ci eravamo preparati attraverso un cammino fatto assieme a suor Antonella, già missionaria in Thailandia, e a p. Ferdinando Supandri, indonesiano, missionario a Salerno. Con i compagni di viaggio fisicamente non ci siamo mai incontrati, ma ogni mese ci siamo presentati attraverso diverse videochiamate, abbiamo parlato di noi stessi e con alcuni giochi abbiamo rotto il ghiaccio. Una volta arrivati in Thailandia ci siamo scoperti e quasi meravigliati di noi stessi. Un rapporto di fiducia e di confidenza è sorto quasi spontaneamente di fronte alla realtà sconosciuta, solo apparentemente.
E la tua famiglia?
Ho un fratello più grande di me che sfottendomi mi ha detto: “Cosa vai a fare, se quando vai in città ti perdi? Pensi di risolvere qualche problema?”. Mia madre, invece, anche se aveva paura ed era molto preoccupata, mi ha lasciato libera con la solita raccomandazione: “Prega e stai assieme al gruppo!”.
Perché la missione e non l’animatrice?
Posso dire che è stato un caso fortuito. In una confessione, parlando con un missionario, ho manifestato il desiderio di vivere qualcosa di diverso. Non mi appagava completamente il mio lavoro di educatrice e volevo confrontarmi con altri modi di vivere… Esattamente non sapevo neppure io cosa volessi. Ho accettato la proposta di fare una esperienza in Thailandia assieme ai Saveriani. Veramente avrei desiderato andare in Africa, ma per il 2024 non c’era alcuna possibilità.
Cosa avete fatto?
Siamo atterrati a Bangkok accolti da p. Edgar e p. Alex e poi siamo passati al Km 28 e a Umphang. Gli ultimi giorni abbiamo visitato Bangkok prima di rientrare in Italia.
Cosa è il Km 28?
È un posto meraviglioso e crocevia di tante strade. Villaggio pieno di verde e di vita e con tante baraccopoli attorno. La natura è stupenda e non ho mai visto dei paesaggi così meravigliosi.
Cosa ti ha impressionato a Umphang?
Siamo in piena foresta. Ho visto bambini che raccoglievano animali di ogni genere senza paura. I padri Alessio e Reinaldo vivono con circa 50 ragazzi obbligati a stare lontani dalla loro famiglia, perché i villaggi sono a ridosso del confine vicino al Myanmar. Sono ragazzi che non hanno vissuto la spensieratezza dell’infanzia e devono badare a loro stessi. Si alzano presto al mattino, si fanno il letto, cucinano, vanno a scuola e lavano a mano la loro biancheria.
Come comunicavate?
All’inizio è stato difficile, poi un loro educatore che sapeva l’inglese ci ha fatto da tramite. Improvvisamente è sorta un’empatia speciale e la voglia di stare con noi era grande: si sedevano sulle nostre gambe o si accovacciavano accanto a noi durante la preghiera, ci prendevano per la mano quando passeggiavamo nel villaggio e ci portavano nelle loro famiglie, ci portavano dei braccialetti fatti da loro… quei sorrisi ci hanno contagiato.
Come è stata l’intesa tra voi in gruppo?
Bello l’affiatamento, anche se un componente voleva ritirarsi e rientrare in Italia prima di noi tutti. L’anno prima era stato in Congo e voleva rifare la stessa esperienza o provare le stesse emozioni… La nostra amicizia è riuscita ad aiutarlo a terminare con noi il viaggio. Ora ci sentiamo al telefono, ci ricordiamo i momenti serali quando scrivevamo ognuno il diario della giornata, che poi condividevamo leggendolo agli altri… Nel diario giornaliero scrivevamo ciò che ci aveva colpito, riflettevamo su alcune frasi importanti di Gesù e che ci erano suggerite dai nostri accompagnatori.
E ora?
Sono tornata alla vita vera, ma sto lavorando con più entusiasmo. Al mattino accompagno un ragazzo autistico che frequenta il liceo e nel pomeriggio sono impegnata sempre coi bambini “a rischio” del rione Tamburi, con i quali ho sempre lavorato.
Cosa hai imparato da questa esperienza-viaggio?
Abbiamo una serie di paure inutili; abbiamo sovrastrutture che ci siamo raccontati e imposti. Ciò che pensiamo crediamo sia essenziale, in realtà non lo è. Il contatto con i bisognosi della Thailandia mi ha insegnato la generosità, guardare il volto della persona, il saluto prima di tutto, la vicinanza, l’accoglienza. È stata una ventata di umanità che mi ha riempito la vita. Io la consiglio a tutti, anche a chi ha paura, come l’avevo io prima di partire. Ma non bisogna avere paura, anzi dall’altra parte puoi trovare sempre qualcuno che ti sta aspettando e ti tende la mano. Ho imparato anche a pregare in altre lingue e con la vita di tutti i giorni. Ho imparato a pregare con il cuore.








