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Una testimonianza piena d’affetto

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(di: nipote Eugenia)

È il 22 luglio 1995. In casa Maule è tutto un andirivieni: lo zio p. Ottorino ha una montagna di cose da portare in Burundi; nelle valigie, nei borsoni tutto non ci sta; si rischia di rompere la cerniera; tira fuori, rimetti dentro. "Zio, non lasciare a casa il mio regalo per Catina!". Anche mia madre Carmela è tutta indaffarata: “Vediamo se si riesce a infilare la casula per il parroco di Rumeza!”.

Nonna Gelmina è perplessa, come a ogni partenza. Sbircio per vedere se è pronto. Sarò io la sua autista fino all'aeroporto di Venezia. Ha indosso una maglietta a righe tutta sudata. Finalmente si parte! A bordo ci sono anche la nipotina Irene e mia madre.

All'aeroporto, p. Ottorino va al check in con una parte dei bagagli; il resto lo lascia a noi, in attesa di aggiungere degli extra non consentiti. Alla fine, si cambia la maglietta e lo salutiamo, con un borsone, un altro, la sega circolare in diagonale fra spalla e pancia, un sorriso, due baci, una stretta di mano vigorosa. Era parco di effusioni affettive…

Nessuno avrebbe immaginato che era l'ultima volta che lo vedevamo; abbiamo incrociato il suo sguardo prima di quella partenza definitiva, con le solite raccomandazioni: “Buon viaggio, Varda star tento, Ocio a tuta la roba che te ghè”, e un rimando di nonna Gelmina: “Varda de far pulito!” (che non c'entra con l'igiene, ma è un monito a comportarsi bene).

Primo ottobre, domenica mattina suona il telefono: è mia madre: “Ha chiamato Ottavio da Desio, ieri hanno ucciso lo zio p. Ottorino, Catina e p. Aldo!”.

Mi tremano le gambe, mi siedo sul letto: non è vero, è vero; forse c'era d’aspettarselo, ma i legami affettivi sono immortali.

Vengo di corsa a Gambellara. C'è grande confusione dai Grisi, parenti, amici, giornalisti: è un martire, sono dei martiri! Il telefono continua a suonare, mia madre ha sul tavolo le ultime sue lettere, una grafia minuta che spunta dalle buste sottili con i bordi quadrettati azzurri e rossi della via aerea.

E io lo rivedo con il sorriso e la sega circolare a tracolla, forte e saldo, in mezzo all'aeroporto di Venezia, forse consapevole che aveva una condanna a morte sul capo, ma convinto che fosse la strada giusta, in sintonia con la sua fede, il suo profondo senso della giustizia e di essere al suo posto in mezzo al popolo burundese.



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