Una sola parola: gioia!
Cosa sappiamo dei saveriani originari del territorio di Cremona? Questo mese ospitiamo la testimonianza di fratel Paolo Galli, classe 1952 di Spinadesco (CR).
Sono entrato dai saveriani di Cremona nel settembre 1968 per iniziare con loro il mio cammino di missionario, rispondendo così alla chiamata del Cristo a seguirlo nella predicazione del Regno di Dio e nel prendermi cura dei bisognosi. Del resto, Gesù è stato chiaro: “Inviò i Dodici ordinando loro: ‘Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi” (Mt 10,7-8a). “Convocò i Dodici… e li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (Lc 9,1-2).
In queste parole troviamo l’essenziale della nostra missione: annunciare il Vangelo e prendersi cura del fratello bisognoso, ammalato, povero, affamato, carcerato, straniero… (Mt 25,31-40: il giudizio universale).
È così che è nata la mia vocazione: “andare in Africa e annunciare il Cristo facendo del bene”. Sapevo che ciò avrebbe voluto dire lasciare tutto e dedicare a Cristo e agli altri la mia vita in modo totale e per sempre. Oggi, come allora, la prima richiesta di Gesù a chi lo vuole seguire è lasciare tutto per mettere al primo posto il Regno di Dio e la sua giustizia (Lc 9,57-62). E ancora, il giovane ricco che, amato e chiamato da Gesù, rinuncia a seguirlo perché, “quel giovane aveva molti beni” (Mc 10,17-22).
Ho avuto la fortuna di conoscere i saveriani perché Giovanni, uno dei miei fratelli, è stato da loro. Di tanto in tanto, alcuni dei saveriani della comunità di Cremona venivano a casa nostra ed erano accolti con gioia. In seguito, attraverso Adriano Bruneri, un ragazzo di Spinadesco che li frequentava, ho cominciato ad andare regolarmente presso la casa di Cremona, in via Bonomelli. Capivo che, grazie a loro, avrei potuto realizzare il mio sogno/desiderio.
La mia famiglia mi ha lasciato libertà di scelta e, anche se sono lontano da sette anni consecutivi, i miei fratelli e le mie sorelle hanno compreso e accettato che chi si dona a Cristo e ai fratelli bisognosi lo fa per sempre e mettendo il Regno di Dio prima di tutto e di tutti.
Un grazie sincero va a coloro che mi hanno accompagnato nel cammino di formazione, in particolare p. Vincenzo Salis, con il quale ho avviato i primi passi, a p. Amato Dagnino, a Parma. Un ricordo particolare va a p. Guglielmo Camera, amico di famiglia, che mi ha dato un grande esempio di vita consacrata, di bontà, di serenità ed amicizia profonda per tutti quelli che incontrava. Non mancava mai di dare il proprio contributo economico ai bisognosi. Ricordo anche l’esempio di un altro saveriano, p. Giuseppe Veniero. Al mio primo arrivo in Congo RD nel 1978 mi ha insegnato un profondo rispetto per la cultura africana o, meglio, congolese.
Vale la pena ripetere che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Donare e donarsi dà il vero senso alla nostra vita. Siamo tutti chiamati a realizzare il comandamento dell’amore: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35), e ancora: “…e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: ‘Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?’. Gli rispose: ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22, 35-40).
La mia esperienza missionaria, in sintesi, è caratterizzata dalla dedizione agli ultimi: ammalati, in particolare bambini, prigionieri, poveri e persone diversamente abili. Per questi ultimi, collaboro con il “Centre Béthanie” di Uvira, gestito dalle missionarie di Maria-Saveriane di Parma. Nel Centro, sono curati bambini con varie patologie: ginocchio varo e valgo, pied-bot, ipotonie muscolari, rieducazione motoria, TBC ossea e bambini affetti da epilessia. Inoltre, vi si realizzano apparecchi ortopedici e protesi degli arti. Infine, è presente una scuola per sordomuti.
La nostra Italia è lontana. Tuttavia, con i mezzi di comunicazione e la possibilità di restare in contatto con fratelli, sorelle e tanti amici, le distanze si riducono dandoci la possibilità di tenerci… “aggiornati”. Non sottovaluto la cultura italiana, ma qui ho riscoperto valori che in Europa si stanno affievolendo: la famiglia, i bambini, con la loro vitalità e la loro gioia (anche se non hanno alcunché nello stomaco), la semplicità e essenzialità della vita, il trovarsi a proprio agio con le persone del posto e, quindi, la facilità nei rapporti sociali, il saper perdere tempo con loro seduti sotto a un albero, lo scambio sereno, non frettoloso e rispettoso delle proprie conoscenze, la sopportazione delle prove della vita e l’amore per la vita stessa.
Certo, non mancano le sofferenze. Ed è qui che cerco di dare quello che posso, con l’aiuto che ricevo da tanti. La solidarietà di tanti italiani è un esempio da imitare e l’Italia è un Paese dal cuore grande.
A coloro che pensano di dedicarsi al servizio missionario dico che non c’è modo migliore di spendere la propria vita. Desiderare concretamente la felicità altrui è l’unico modo per essere felici. Non temete, dedicate tutta la vostra vita al servizio degli altri, amandoli come il Cristo ci ha amati, sapendo che la santità, alla quale tutti siamo chiamati per vocazione, non consiste tanto nel fare miracoli, ma nella perfezione della carità e nella concretizzazione delle Beatitudini: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48).







