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Una giornata a “Buraco Quente”, Miracoli quotidiani in Amazzonia

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Padre Nicola Masi sta trascorrendo un periodo di riposo a Priverno (LT), suo paese natale. Ci ha inviato questo "reportage" sulla missione in Amazzonia e sulla situazione del Brasile.

2008 6 Masi1La signora Adalgisa è venuta a chiamarmi. C'è una donna nel "Buraco Quente" ridotta a un mucchio di ossa avvolte in pochi stracci. Stava là, tutta accartocciata, con gli occhi sbarrati nel vuoto. Chissà da quanto non mangiava! Sola, in un bugigattolo di legno tutto cadente. Non ha nessuno. O meglio, ha un figlio che purtroppo è "viziato": alcool e droga.

Per fortuna esistono al mondo anche le Adalgise, donne di grande fede e di buon cuore.

Adalgisa e Joelson

Appena saputo di questa situazione, Adalgisa è corsa da me per vedere cosa fare. Abbiamo provveduto a comprare un'amaca e un lenzuolo nuovo, abbiamo portato un piatto caldo. I vicini si sono organizzati e, a turno, hanno cominciato a portare un po' di cibo a quella poveretta.

La signora Adalgisa è così. Visita con frequenza la "baixada", la zona bassa acquitrinosa della città. Là c'è pure il "Buraco Quente" (Buco Caldo), una specie di favela fatta di casupole di legno. È riuscita a far costruire una cappella di legno dedicata a "Gesù Misericordioso". Ora vuole mettere in piedi un baraccone per accogliere donne e ragazze e fare corsi di taglio, cucito, manicure e altri lavori femminili.

Joelson è un giovane sui venti anni. Vive accanto a una favela fatta di palafitte su terreno allagato. Si è fatto dare un terreno da suo padre e poi è andato a battere alla porta di tanta gente. Così ha potuto costruire un salone di legno dove i ragazzi possono giocare, ricevere lezioni scolastiche supplementari e lezioni di catechismo. Accoglie anche la gente per pregare, per fare novene e per leggere il vangelo.

Il destino dei poveri

All'inizio non ci credevo; ma ho dovuto ricredermi. Per chi ha fede si tratta di veri miracoli. È Cristo che agisce e si rivela attraverso i piccoli e gli emarginati. Ma mentre gioiamo per questi fatti, restiamo tremendamente tristi per la situazione drammatica in cui vive la nostra gente. Molte zone sono infestate da dengue e da topi.

Giorni fa Josian è stato ricoverato nel nostro piccolo ospedale: leptospirosi. Per questa malattia bisogna andare a Belém, capitale dello Stato. Solo che nell'ospedale specializzato non c'è posto. Bisogna aspettare che si liberi un letto. È il destino dei poveri.

E poveri qui ce ne sono tanti. Un rapporto dell'Onu sui centri urbani nel mondo afferma che nel 2005 i favelados nel Brasile erano 52.300.000, cioè il 28% della popolazione.

Occorre lo sforzo di tutti

Ho vissuto per 18 anni in una favela di Belém, in una palafitta. So quindi cosa vuol dire. Il rapporto citato ("Lo stato delle città del mondo", elaborato da Habitat), dice che "Le favelas non sono solo una manifestazione di abitazioni di basso livello, dove mancano i servizi elementari e il rispetto dei diritti umani. Esse sono anche un sintomo di società urbane non funzionali, in cui le disuguaglianze sono tollerate e proliferano liberamente". Il rapporto afferma che "le condizioni abitative colpiscono gravemente chi vive in favela: soffrono di più la fame, ricevono meno educazione, hanno meno possibilità di conseguire un impiego, sono più soggetti a malattie".

Certo qualcosa si sta muovendo. Si parla di politiche di urbanizzazione, di risanamento di base, di programmazione economica partecipativa, di borsa-famiglia...

Ma non basta la buona volontà di alcuni. Ci vuole lo sforzo di tutti: della chiesa, dello stato, dei cittadini. E che il Signore ci aiuti!



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