Una fortuna inaspettata - Il dialogo è sempre possibile
La fortuna non si cerca; capita inaspettata. A me è capitata durante la conferenza su "Il dialogo tra le culture e le religioni in Indonesia". Era la vigilia di Santa Lucia, festa del dono. Ho avuto la fortuna di incontrare due persone sorprendenti che credono nel dialogo.
Tanti parlano di dialogo; altri lo fanno; con il sorriso e lo sguardo diretto, ti comunicano che il dialogo è possibile. Ecco alcune pennellate ... dell'incontro.
Mele e preghiere
Padre Sylvester Pajak è un missionario polacco; ha trascorso 23 anni in Indonesia, nell'isola di Flores. Racconta che nel giardino della missione c'erano vari alberi da frutta. Alcuni bambini lo chiamavano dalla strada: "Mister, mister, dacci un po' di mele!". Lui li accontentava.
Ma un giorno un'anziana signora musulmana, che passava di lì ogni giorno per andare a pregare in moschea, si rivolse ai bambini spiegando loro che un sacerdote non è una persona qualsiasi da chiamare "mister"; al sacerdote si parla con rispetto, chiamandolo "padre" ...
Racconta ancora: "Una volta era venuto a trovarmi il sindaco musulmano, membro del partito islamico. Durante la conversazione, dalla vicina moschea si udì l'invito alla preghiera. Subito mi chiese se avesse potuto fare la preghiera nella nostra chiesa. Siamo andati e abbiamo pregato insieme: lui rivolto verso La Mecca, io verso il tabernacolo".
"Non ho più paura"
Agostino Utomo Wijayanto è un giovane indonesiano; era musulmano, ma ora è saveriano, studente di teologia a Parma. Ci racconta la sua storia.
“Sono nato in una famiglia musulmana. La mia casa era tra due moschee. Mia madre, però, era cattolica. Recitava il rosario due, tre volte al giorno. Io andavo in moschea ogni giorno per recitare le preghiere islamiche, ma la domenica andavo anche in chiesa con mia madre.
Ho lavorato in una fabbrica, poi sono entrato all’Accademia militare, ma ho capito che non era la mia strada. Avevo paura della morte perché il nostro imam, la guida spirituale musulmana, parlava sempre dell’inferno. Verso i 17 anni non riuscivo a pensare ad altro. Così ho cominciato a leggere la Bibbia, ogni giorno, per capire bene il Dio dei cristiani.
Il sacerdote che mi seguiva spiritualmente mi propose di entrare in seminario e, in seguito, tra i saveriani. Ho capito che Dio non è giudice severe, ma Padre buono. Adesso non ho più paura della morte”.
Esperienze come queste aprono la strada per la missione nel mondo attuale, nella certezza che “l’amore di Cristo ci sospinge” e ci sostiene nelle occasioni grandi e piccole della vita, mentre ci impegniamo a costruire la civiltà dell’amore.








