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Un missionario pioniere, A tu per tu con p. Gianni Abeni

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Pubblichiamo la prima parte di una lunga intervista a p. Gianni Abeni, saveriano bresciano classe 1943, originario della Noce, che a fine marzo è tornato in Camerun, dopo un piccolo intervento alla mano destra e una serie di utili controlli medici.

Come hai conosciuto i saveriani?

Alle scuole elementari della Noce, ho avuto due maestre - Ermerina Ferrari e Marina Bonetti - che ci parlavano spesso delle missioni, entusiasmandoci. Mi hanno presentato al centro missionario di Brescia e ho conosciuto p. Sguazzi, saveriano cremonese, quando i saveriani non erano ancora a Brescia. Devo ringraziare le maestre, perché sono la dimostrazione che certi valori e ideali s'imparano fin da bambini.

Il primo incarico a Brescia!

Sono stato ordinato sacerdote a Parma il 27 settembre 1970. Desideravo partire subito per la missione; invece i superiori mi hanno chiesto di venire a Brescia, dove nel frattempo i saveriani avevano preso "casa". Mi sono fermato per sei anni, girando tra valli e pianura.

Com'era S. Cristo negli anni '70?

Nella casa, che aveva già la fisionomia attuale, c'era ancora molto da fare, dal punto di vista materiale (aule, riscaldamento...) e organizzativo (formare gli apostolini, suscitare nuove vocazioni, animare i giovani). Però con p. Renato Trevisan abbiamo lavorato sodo: io facevo il ministro degli esteri e lui quello degli interni. L'economo p. Carlo Mantoni era il riferimento principale per tutti. Avevamo la scuola media con tre classi, un distaccamento della "Mompiani".

Prima missione il Burundi...

Sono partito nel 1977 e mi sono trovato con altri due saveriani bresciani: p. Pierino Zoni di Cigole, già sacerdote diocesano, e p. Battista Maestrini di Padergnone. Eravamo tre crape dure, ma funzionavamo bene. Il Burundi è stato il primo amore e non lo dimenticherò mai. Lì ho conosciuto i fidei donum bresciani che erano a Kiremba, dove c'era già un grande ospedale. In missione però non c'è distinzione tra religiosi e diocesani: siamo tutti missionari, tutti di una sola famiglia. Purtroppo, per la difficile situazione politica, il 1° novembre 1981 siamo stati espulsi. Ed è stato un brutto colpo.

Ed ecco il Camerun!

I saveriani stavano pensando di aprire una nuova missione in Africa: hanno scelto il Ciad. Ma per andare in Ciad bisognava passare per Douala in Camerun, dove c'era una realtà molto dura. Per cui ci hanno chiesto di fermarci a Douala. E io ho avuto l'onore di essere il primo saveriano a mettere piede in Camerun-Ciad.

Cosa facevi in quella missione?

Mi trovavo in una zona di quasi 200mila abitanti, di cui 25mila erano cristiani. Ho intrapreso un'opera di primo annuncio. Douala è la città industriale del Camerun, con molte fabbriche, e arriva tanta gente dall'interno del Paese. Prima arriva la gente, poi forse, i servizi necessari...

E il Ciad?

Dopo tre anni in Camerun mi hanno chiesto di aprire la missione del Ciad a Bongor. Era il 1985. Qui ho vissuto la mia più bella esperienza missionaria. I problemi erano diversi da Burundi e Camerun. Il Ciad è un Paese molto povero, attraversato da tensioni politiche. La gente però è aperta e ci vuole bene. Abbiamo lavorato per la promozione umana (pozzi, ambulatori di villaggio...), organizzando varie cooperative agricole, anche con l'aiuto di alcuni volontari. Non si può fare missione se non c'è sviluppo umano. Ho svolto questo lavoro nella stessa zona per 12 anni, in 70 villaggi.

Perché la missione in Spagna?

Nel 1997 dovevamo lasciare la missione di Bongor per spostarci in un'altra zona. Così i superiori hanno pensato bene di mandarmi in Spagna. Era un altro mondo, un'altra lingua, un altro modo di fare missione. Questa parentesi è durata quasi sette anni. Ero a Murcia, nel sud della Spagna, dove vive una comunità saveriana. Eravamo in un condominio con due appartamenti. Ho svolto animazione tra i giovani, per sensibilizzarli alla missione e portare una proposta vocazionale. In sei anni ho fatto 17 campi missionari in Galizia, incontrando migliaia di giovani.

(continua...)



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