Un missionario per amico
Il 21 giugno scorso se n’è andato p. Michele D’Erchie. L’ho conosciuto una domenica imprecisata di più di quindici anni fa. Nel mio girovagare tra le chiese tarantine, un pomeriggio mi sono imbattuto in questo presbitero della chiesa di San Vito che non conoscevo… Omelia trascinante, emozionante, piena di richiami alle letture. Decido di entrare in sacrestia e di chiedergli la copia scritta. Mi presento senza titoli e senza nulla. Lui, dopo un’occhiata indagatrice mi dice: “Sì, però desidererei riaverla scritta con carattere più grande per poterla leggere meglio… portamela domenica prossima”. Ho fatto quello che mi era stato richiesto con il massimo dello scrupolo. La domenica successiva, stessa scena. Questa volta mi invita a portarla da lui nella casa dei missionari saveriani. Da quel momento, non mi sono mai più allontanato.
Avevamo appuntamenti fissi settimanali, oltre alla Messa domenicale in cui ero il suo chierichetto. Ci incontravamo e discutevamo di politica, di attualità, delle scelte per la mia famiglia. Normalmente, facevamo passeggiate lungo il litorale di San Vito, ci fermavamo a guardare il sole al tramonto e la nostra Taranto sullo sfondo. Da questi incontri non sono mai tornato a casa senza un buon consiglio, un suggerimento, un’indicazione su come comportarmi in futuro per me e per i miei cari. Aveva una grande ironia che esprimeva nei momenti di maggiore felicità... Non erano barzellette, ma battute argute e salaci che solo una persona intelligente come lui poteva pensare. Citava il suo amico p. Ernesto Tomè che chiamava il vecio, perché più anziano di lui di 10 mesi. Lo stesso Ernesto mi dette il soprannome di scudiero, un soprannome che a p. Michele piaceva ed utilizzava per definirmi sinteticamente quando lo accompagnavo alle sue animazioni missionarie nelle diverse parrocchie tarantine. Amava definirmi anche Greenwich perché, conoscendo il suo amore per la puntualità, riuscivo ad arrivare spaccando il minuto…
Gli sono stato vicino fino all’11 giugno 2021 quando ha preso la decisione di andare a Parma per farsi curare, ben consapevole che quello era l’inizio della fine e che avrebbe lasciato la sua Taranto e la sua Montemesola per sempre da vivo. Ci siamo visti in tante altre occasioni, quando andavo a Parma apposta per salutarlo. Ma lo trovavo sempre più provato e stanco. Anche da lì, ci sentivamo tutte le settimane, pur essendo disturbato dal dover passare le proprie comunicazioni, anche intime, attraverso l’interprete del momento, perché non sentiva bene… Questo ha reso le telefonate sempre più scarne e veloci.
Con il passare delle settimane, venivo informato che si andavano accentuando i suoi problemi di deambulazione, tanto da non renderlo non più autonomo. Aveva bisogno “degli altri” per tutto. E pesare su di loro per lui era insopportabile. Anche per questo si era intristito e chiuso in sé stesso. Ero sicuro che l’ultima volta che l’ho visto, il 14 maggio, sarebbe stata l’ultima. È stato triste vederlo ridotto in quelle condizioni. Per chi lo amava col cuore, come me e come Ciro (eravamo insieme), per chi conosceva la sua forza, la sua combattività, la sua tenacia, la sua caparbietà, la sua vivacità intellettuale, è stato un colpo durissimo vederlo silenzioso, sofferente, dimagrito, spento.
Abbiamo provato a farlo parlare, citando i suoi motti preferiti, ricordando Montemesola, ma non era assolutamente in grado di interloquire per più di qualche secondo. Non ne aveva le forze. Lì ho versato tutte le lacrime che avevo… Ero inconsolabile. Lui, che aveva capito, senza dire una parola, mi ha tenuto la mano per consolarmi, in silenzio, per tutto il tempo che sono stato vicino a lui. Diceva: “Il corpo necessita di cure, ma anche l’anima ha necessità di trovare nutrimento adeguato”. Ed un’anima così grande e profonda come la sua era ancora più bisognosa di affetto, stima, comprensione, amicizia, calore dei fedeli… che lasciando Taranto non ha più ritrovato come si aspettava. E andando incontro al Signore, l’unico che avrebbe esaudito la sua sete infinita di amore ed il suo desiderio di ricambiarlo, è arrivato a dire: “Non mi ascolta nemmeno lui…”.
Aveva perso la speranza. “La speranza non va da sola, la speranza non si muove senza motivo, ma si muove se sei felice, se hai ricevuto una grande grazia, se hai ricevuto un dono”. Così diceva Charles Peguy in uno dei suoi scritti, poeta che lui amava e che mi ha fatto apprezzare. Io la speranza ce l’avevo, la nutrivo e la nutro ancora adesso, perché questa grazia, questo privilegio, questo dono immenso, l’ho ricevuto.
Gli sono stato vicino per quindici anni che mi hanno trasformato interiormente, mi hanno affinato come vino buono in botte di rovere. Mi ha fatto scoprire passioni che non sapevo di avere, mi ha fatto amare il prossimo come pensavo di non saper fare, mi ha aperto orizzonti che non avrei mai visto. Essergli accanto ha acceso in me il desiderio di migliorarmi, di meritarmi l’affetto e la stima di una persona speciale come lui. Ha tirato fuori la mia migliore versione possibile. Questa è l’eredità più grande, il ricordo più intimo che mi lascia e che continuerà con me.







