Un "estremista" della missione, Ricordiamo p. Arrigoni
Scrivere di padre Giuseppe Arrigoni, che ci ha lasciati il 29 settembre, dopo aver sopportato tanta sofferenza, diventa per me un'impresa ardua. So di correre il rischio di sminuire la sua figura di missionario. Non è possibile sintetizzare in poche righe tutta la sua vita, caratterizzata da momenti anche drammatici, soprattutto nei vent'anni spesi nel cuore dell'Africa nera, in Congo.
Esigente e radicale
Ma forse, ciò che fa di padre Giuseppe un vero missionario è il tempo che ha trascorso qui in Italia, in varie comunità saveriane con incarichi diversi. La sua vita è un esempio di come si possa essere missionari sempre e ovunque. Sono certo che tutte le persone che l'hanno incontrato non dimenticheranno facilmente la sua convinzione: la chiesa e ogni battezzato devono avere come caratteristica principale la missionarietà.
Per lui, chi non si sentiva missionario non poteva neppure considerarsi cristiano.
Negli anni che ha trascorso nella comunità saveriana di Alzano, dal 2001 al 2006, aveva il delicato incarico di economo della comunità, ma il suo impegno maggiore era quello di trasmettere il suo ideale missionario. Lo faceva con convinzione e determinazione. Non perdeva occasione per infondere questo suo ardore, tanto che qualche volta poteva apparire un po' troppo esigente e radicale.
Sensibile e attento con tutti
Ricordiamo bene la sua iniziativa di andare una volta al mese in alcune parrocchie della Bergamasca per celebrare la "Messa missionaria". Era per lui un'occasione di ribadire la necessità e l'urgenza di annunciare il vangelo, non solo qui, ma anche tra quei popoli che ancora non hanno avuto la possibilità e la fortuna di ascoltarlo.
Nonostante la sua salute cominciasse a dare qualche segno di precarietà, non si lasciava sfuggire nessuna opportunità di parlare del mondo missionario e del comando di Cristo per evangelizzare tutte le genti. Coloro che lo ascoltavano rimanevano colpiti non solo dal contenuto del suo messaggio, ma anche dal modo con cui lo trasmetteva.
Padre Giuseppe o si faceva ammirare o si faceva detestare: non c'era via di mezzo. Le sue parole penetravano fino al cuore e spingevano a prendere quelle decisioni che inevitabilmente fanno cambiare la vita. Ma non tutti sono disposti a cambiare. Proprio per questo a qualcuno la sua presenza era un po' ingombrante...
E pensare che invece p. Giuseppe era una persona attenta e sensibile ai bisogni di tutti, una persona che non desiderava mettersi al primo posto.
Pronto a "farsi in quattro"
Anche come economo della comunità di Alzano, non faceva mai mancare a nessun confratello ciò di cui aveva bisogno. Prima di andare a fare le spese chiedeva a ciascuno se avesse qualche esigenza particolare. Per gli altri "si faceva in quattro". Non così con se stesso. Credo proprio che, pur di non essere di peso a nessuno, non manifestasse mai le sue preoccupazioni o i suoi problemi di salute.
Solo dopo alcuni mesi sapemmo che, cadendo dalle scale, aveva sopportato in silenzio il dolore di sei costole incrinate. Quando, a causa della sua malattia, si trasferì nella comunità saveriana di San Pietro in Vincoli, tra Forlì e Ravenna, per noi si creò un vuoto difficile da colmare. Anche se di poche parole, sapevamo che p. Giuseppe era vicino a tutti noi e in ogni momento potevamo contare su di lui.
Ora dal cielo ci sarà ancora più vicino e ci aiuterà a spendere la nostra vita per il vangelo, perché tutti possano conoscere Gesù Cristo e il suo amore. Siamo certi che anche in paradiso, egli inventerà qualcosa pur di continuare a essere missionario, come lo è stato quando era in Africa e qui tra noi.








