Un autentico uomo di Dio, Così ricordo fratel Raimondi
Il presidente dell’Azione cattolica della diocesi di Salerno racconta di fratel Vincenzo Raimondi, saveriano molto conosciuto e ricordato in Rione Petrosino, a 21 anni dalla morte.
Ho conosciuto fratel Raimondi quando avevo sette anni. Ero stato affidato a lui per la preparazione alla prima Comunione. Una cosa lo caratterizzava: quella lunga barba bianca, che gli conferiva un aspetto ieratico e severo, a dispetto di un animo benevolo e generoso.
Per noi era padre e nonno
Ricordo come fosse ora, la cura e fermezza con cui ci insegnava le cose di Dio. Andavo a “sostenere” gli esami di catechismo con trepidazione. Ho scoperto solo più tardi che era un “semplice” fratello della famiglia saveriana, ma per me e per gli altri è rimasto sempre padre Raimondi, perché era un padre premuroso, un simpatico nonno, un saggio vecchio d’altri tempi.
Era nato in un paesino del profondo sud e questo modo di essere gli è sempre rimasto nella testimonianza di fede, di vita e nel suo modo garbato e sereno di relazionarsi con gli altri. La sua origine campagnola gli donava, nei mille incontri quotidiani con la gente e nelle più disparate attività cui si dedicava, la semplicità di un contadino, la praticità di un ciabattino, l’essenzialità di un eremita, la robustezza di un incallito lavoratore, la forza spirituale di un uomo “vissuto”, la dedizione e lo zelo di un cristiano autentico.
Fratel Vincenzo era tutto questo ai miei occhi. Fin da allora, ha ispirato in me l’amore per Gesù e per la chiesa, gettando le basi per il mio servizio educativo ed ecclesiale: in famiglia come padre, nel lavoro come psicologo, in parrocchia come catechista, nell’associazione laicale come animatore.
Sempre presente e discreto
Lo ricordo piacevolmente nel suo sgabuzzino, mentre da solo ripassava i canti accompagnandosi all’armonium, con la partitura poggiata sul leggio. Diceva di non cavarsela bene. Ogni tanto mi chiedeva di aiutarlo a leggere i passaggi melodici più complicati. Ma io ero incantato nel sentirlo lodare il Signore così, senza troppe pretese, senza troppi virtuosismi, silenziosamente.
Quando arrivavo nella storica sala teatro dei saveriani, lo trovavo sempre al suo posto, all’interno della guardiola, pronto ad accoglierti e a scambiare una parola. Sdrammatizzava i momenti difficili e si faceva carico di mediare con la sua comunità per farci trattenere qualche ora di più. Ogni tanto sbirciava curioso da dietro la porta ed era soddisfatto dei nostri lavori. Fuori, nel grande ingresso, mi dava qualche consiglio e suggerimento, con pudore e discrezione.
Era così fratel Raimondi: sempre presente, eppure sempre discreto; sempre attento, e mai invadente; sempre dietro le quinte, ma sempre incoraggiante.
“Gli voglio ancora bene”
Oggi viviamo in un mondo di anonimato, siamo distratti e in continua corsa. Siamo abituati a mantenere le distanze tra noi e le cose che facciamo, i luoghi che frequentiamo, le esperienze che viviamo, spesso in modo superficiale. Non era così fratel Vincezo: lui gioiva e si stupiva di quelle piccole cose e occasioni che a noi sembrano scontate e insignificanti.
Restando nella semplice compagnia di Gesù, diventava per noi strumento dello Spirito. Con l’esempio riusciva a mostrare l’amore trinitario, non facilmente spiegabile a parole. Era un uomo di Dio. Un santo? Non saprei. Uno che ha accolto in sé la vocazione universale alla santità? Direi di sì. Un religioso, la cui vita era permeata dall’amore per i fratelli, dalla fede nel Dio crocifisso, dalla speranza in Cristo Risorto. Un uomo che ha speso la sua esistenza per accumulare un tesoro nel regno dei cieli.
Lo ricordo con affetto e simpatia. Gli voglio ancora bene, e come me, sono sicuro, tutti i suoi amici.








