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Sviluppo e culmine, L’annuncio del vangelo

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Un sogno che si è realizzato

Appena la conoscenza della lingua mentawaiana lo ha permesso, p. Aurelio Cannizzaro e i due fratelli p. Piero e p. Angelo Calvi si sono messi al lavoro, sia al centro sia nei villaggi più vicini. Si trattava di vincere la diffidenza degli indigeni, come pure l’ostilità dei loro capi religiosi, chiamati kerei. II carattere socievole e aperto dei tre missionari favoriva le relazioni, ma la lingua era un ostacolo molto forte. Ricca di termini per un discorso sul clima, sulla pesca o sui problemi della vita quotidiana, era del tutto priva di parole astratte.

L’ombelico di Adamo ed Eva

II mondo degli abitanti delle isole è popolato di spiriti: oltre allo spirito del cielo, c’è lo spirito della foresta, quello dei monti, quello del mare e, soprattutto, ci sono i Sanitu, gli spiriti cattivi che vanno ossequiati per difendersi dalle loro punizioni. I mentawaiani venerano Taikamanua - Colui che abita il cielo. Da questa verità, i nostri missionari hanno preso lo spunto per spiegare che Colui che abita il cielo aveva mandato in terra il suo Figlio, Gesù. Facendo leva sulla bontà di Taikamanua e sul Figlio Gesù da lui inviato in terra, non hanno fatto fatica a raccontare gli episodi del vangelo. Più difficile è spiegare la Trinità e altre verità cristiane.

Un giorno p. Cannizzaro si era trovato in difficoltà mentre stava spiegando il racconto del peccato originale. Improvvisamente, uno degli uditori, più attento degli altri, ha chiesto: “ma Adamo ed Eva avevano l’ombelico?”. II missionario ha vissuto un momento d’imbarazzo. Non si era mai posto una simile domanda. La questione pare non sia trattata neppure nei testi di teologia. Ma sapendo quanta importanza i mentawaiani attribuiscono all’ombelico, dopo un attimo di esitazione, ha risposto: “Certamente!”.

L’attività missionaria si diffonde

Con il passare del tempo, le puntate verso i villaggi si sono fatte più frequenti, fino a raggiungere quelli più lontani. Iniziavano anche a formarsi gruppi di simpatizzanti che si radunavano volentieri per ascoltare i racconti degli stranieri, tanto più che la fama di bontà e generosità dei nuovi venuti si spargeva grazie alle trasmissioni di “radio foresta”.

Con l’arrivo di nuovi saveriani - p. Sandro Patacconi, p. Stefano Rossoni, p. Giuseppe Bagnara, p. Vinio Corda e vari altri -, è stato deciso di aprire nuovi centri anche nelle isole più a sud: Sipora e le due Pagai, con Sikakap. In seguito, dopo una spedizione di abitanti scesi dal nord per chiedere la presenza dei missionari, si è deciso di iniziare l’attività anche a Sikabaluan, nella parte nord di Siberut.

Nel 1958, le ausiliarie laiche ALI, fondate da don Brusadelli hanno raggiunto i saveriani in Indonesia. La loro è stata una presenza preziosa.

Tra i numerosi avvenimenti che andrebbero raccontati, non si può dimenticare la morte di p. Vincenzo Capra, avvenuta a Siberut la vigilia di Natale del 1958 o la nomina di mons. Raimondo Bergamin a vescovo di Padang.

Il giorno più memorabile

Ha dell’incredibile, però, che a poco più di 40 anni dall’inizio dell’apostolato missionario cattolico nelle isole Mentawai, un figlio di quella terra sia stato ordinato sacerdote. Si chiama p. Matteo Tateburuk. I suoi genitori erano stati battezzati da p. Angelo Calvi. La solenne celebrazione è avvenuta nel febbraio del 1998. Purtroppo p. Angelo, in Italia per motivi di salute, non ha potuto esser presente in quel giorno radioso per il popolo mentawaiano.

C’era suo fratello, p. Piero. Anche lui, benché residente a Padang, ha rischiato di non raggiungere Siberut: una piaga alla gamba che lo tormentava da tempo non guariva e gli impediva ogni movimento. Coraggioso come sempre, p. Piero si è fatto portare all'ospedale e ha detto al primario: “Tagli tutto quello che c’è da tagliare, ma io alle Mentawai ci debbo andare”. E quello ha tagliato tutto, eccetto la gamba. A 81 anni, felice come un bambino, padre Piero è partito per le isole. È stato il suo ultimo viaggio alle Mentawai.

Il racconto di padre Piero

“Sapevo che il viaggio e tutto il trambusto mi sarebbe pesato, ma non potevo mancare. La mia gioia mi ha fatto dimenticare ogni acciacco. La funzione dell’ordinazione di Matteo è stata un trionfo. Erano presenti persone venute non solo da tutte le isole Mentawai, ma anche da Padang e perfino da Jakarta. Matteo Tateburuk ha aperto il corteo vestito d’un camice bianco, con collane al collo e i fiori in testa. Portava i segni e gli oggetti del primogenito: la lancia, lo scudo e un grembiule con il disegno della tribù a cui appartiene. Anche i genitori che lo accompagnavano erano coperti di fiori. Così pure le ragazze e i ragazzi che durante la cerimonia hanno cantato e ballato.

II catechista Sakeletuk ha letto l’augurio e ha concluso: «Se qualcuno vuole seguire questo nostro figlio mentawaiano, si lasci prendere dal suo esempio. Egli è già per noi la lunga mano di Dio». Tutto si è concluso con il solito pranzo alla mentawaiana: galline, maialetti, uova e riso (questo lo avevamo portato noi). Sognavamo un prete mentawaiano, fin dal Natale del 1955. E il sogno è diventato realtà. Mi è venuto spontaneo sulle labbra il canto del vecchio Simeone: Lascia ora, o Signore, che il tuo servo ritorni a te”.

Qualche mese dopo il buon Dio ha chiamato a sé padre Piero. La sua opera si era compiuta. In paradiso, in compagnia di p. Capra, p. Cannizzaro, fratel Tosi e la sorella Cristina delle ALI, guarderanno con compiacenza l’opera che il Signore continua a realizzare nelle isole alle quali tanto hanno dato. Padre Angelo Calvi, invece, vive e prega nella comunità saveriana di Tavernerio, vicino a Como.



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