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Un dramma inaspettato, Come tomba il grembo della madre

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Sifa era una mamma molto povera della tribù Mufulero. Viveva con quattro bambini in una capanna di paglia e fango tra le tante che componevano il villaggio detto "Mibilisi", dal nome del capo villaggio suo fondatore.

Oltre ad essere povera, Sifa aveva anche altri diversi problemi di salute da risolvere. Era anemica perché malata di verminosi. Inoltre, aveva un occhio già compromesso a causa di una grave infezione trascurata, per una scheggia di legno infilzatasi qualche mese prima.

Una difficoltà alla volta

Alle già numerose difficoltà si aggiungeva la sua gravidanza in stato avanzato, per cui non poteva essere curata dalla verminosi prima di partorire, perché le medicine sarebbero state dannose per il bambino. Il caso di Sifa era veramente complesso; non si potevano trovare rimedi nella zona. Certamente però quella donna meritava di essere aiutata a tutti i costi.

Ho cercato di affrontare una difficoltà per volta. La prima urgenza era quella di curare l'occhio. Per trovare una clinica oculistica si doveva uscire dal Congo e recarsi nel vicino Burundi. Si trattava di un'impresa non facile da realizzare, sia per le spese sia per le difficoltà burocratiche, tanto più che Sifa doveva portare con sé anche i suoi quattro bambini, come vuole il costume bantu. Grazie a Dio ogni difficoltà riuscì a essere superata: mamma e bambini ottennero un permesso di permanenza in clinica per 20 giorni.

Le pastiglie in un sol giorno

Purtroppo Sifa ha dovuto subire l'asportazione dell'occhio, ma lei era contenta di poter tornare a casa quasi guarita. Restavano le altre difficoltà da risolvere: l'anemia e la verminosi. Sifa chiedeva con insistenza di essere curata e con il timore che la scorta di medicine si esaurisse, pretendeva che le affidassi una dose da custodirsi in villaggio. Rifiutai perché volevo evitare il pericolo che si mangiasse tutte le pastiglie in un sol giorno. Ma considerata l'insistenza continua, accettai di metterle a disposizione le medicine, a condizione che fossero il capo villaggio e suo marito a conservarle.

Fu così che vennero i due uomini; spiegai loro il tempo, l'uso e il pericolo di questo farmaco, soprattutto per la gravidanza. Dopo soli tre giorni dalla consegna, successe il peggio, un vero dramma per tutti: Sifa aveva ingerito in un solo giorno tutta la dose. Sento una voce concitata che grida forte, di un uomo che stava avvicinandosi di corsa verso la collina per avvertirmi che Sifa era morta.

Una vana speranza

Corsi immediatamente a vedere cos'era successo e purtroppo trovai Sifa distesa sulla stuoia, già morta. Sono rimasto addolorato e confuso assieme alla gente del villaggio che esterrefatta stava ancora formando un cerchio attorno a lei. Recito una preghiera, faccio un segno di croce e metto la mano sul suo cuore: nessun segno di vita. Poi poggio la mano sul ventre e sento che il cuore del bambino batte: è ancora vivo!

Mi precipito a prendere la jeep per portare Sifa in ospedale e tentare di salvare almeno il bambino. Arrivato all'ospedale in breve tempo, l'infermiere capo sale sulla jeep, sente il battito del bambino e della madre. Poi voltandosi verso di me dice: "Madre e bambino sono già morti. Non c'è più niente da fare".

Io sapevo che il bambino era ancora vivo e si sarebbe potuto salvare, così richiamo l'infermiere a non tradire il suo dovere professionale. L'infermiere cerca di tranquillizzare la mia coscienza: "Padre tu sei bianco e non puoi capire le nostre usanze africane. Ti ripeto che il bambino è morto e il ventre di sua madre è la tomba migliore per lui".

L'impietosa legge indigena

Avrei voluto salvare a tutti i costi il bambino, praticando sulla madre il taglio cesareo. Mi era venuto un certo risentimento contro l'infermiere e cercavo di capire in nome di quale stregoneria si sentisse autorizzato a decidere che un bambino debba morire con la madre, per impedirgli di nascere orfano.

La risposta a questi misteri l'ho avuto nei giorni seguenti. Gli anziani di Mbilizi mi spiegarono che l'infermiere aveva agito bene, poiché secondo la tradizione indigena, un bambino orfano di parto quasi mai sopravvive oltre due settimane. Generalmente l'orfano di madre morta di parto, in seguito muore anche lui per denutrizione perché non esistono donne che accettino di fargli da balia.

Infatti, nella tradizione indigena vige la convinzione assurda che se il bambino muore, la balia che lo ha nutrito è ritenuta la maggiore responsabile della sua morte. La balia in questo modo viene considerata una strega ed è processata dalla corte indigena, con regolare ammenda finale. Ecco perché le donne del villaggio, pur volendolo per istinto e anche se fornite di latte materno, non vogliono correre il rischio di allattare un bambino non proprio.

L'infermiere, lasciando morire il bambino nel seno della madre morta, non ha fatto altro che applicare la regola tradizionale indigena: il bambino sopravvissuto a una partoriente morta di parto deve seguire la sorte della madre nel ...villaggio degli antenati.



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