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Il terremoto in Indonesia
Giava: lenta ripresa. Il terremoto del 27 maggio scorso ha colpito i distretti attorno a Yogyakarta, al centrosud dell’isola di Giava, provocando oltre 7.000 morti, 40.000 feriti e 300mila senzatetto. Padre Hermanus Sigit, missionario indonesiano, racconta che le cose stanno migliorando, anche se la normalità è ancora lontana. “Restiamo in stato di emergenza, ma la popolazione adesso è più calma e si è rassegnata. Per chi ha perso tutto, però, ricominciare sarà molto dura”. I beni essenziali come cibo e acqua sono stati distribuiti, ma nei villaggi più difficili da raggiungere la gente è rimasta per molti giorni isolata e senza aiuti. Le tende continuano ad essere il problema principale. “Ci sono ancora molte decine di migliaia di persone sotto i teloni e in baracche improvvisate” ha detto p. Sigit. Il terremoto ha impoverito tutti. Tante persone hanno perso casa, lavoro e attività.
Il pericolo del vulcano. Mentre ci si prepara alla fatica della ricostruzione, su Yogyakarta e dintorni incombe un’altra minaccia: il vulcano Merapi. Nell’isola di Giava è aumentato il livello d’allerta. “Abbiamo sentito una scossa di terremoto e dal Merapi si è alzata una nube incandescente che, portata dal vento, sta distruggendo la foresta attorno” racconta p. Vinio Corda, missionario saveriano cremonese a Yogyakarta. Padre Corda, 80 anni compiuti poco prima del terremoto e da 43 anni in Indonesia, ha la finestra che guarda il vulcano, distante una ventina di chilometri. “La gente scappa dalle aree che rischiano di essere investite dal passaggio della nube. Molti abitanti delle zone più esposte hanno lasciato le proprie abitazioni. Anche se hanno l’abitudine di tornare nei propri villaggi, per accudire gli animali”.
Proprio a Yogyakarta i saveriani hanno un centro di animazione missionaria e di formazione per i giovani indonesiani che desiderano diventare saveriani. Grazie a Dio, i 16 giovani e i 3 missionari, p. Vinicio Corda, p. Rodolfo Ciroi e p. Salvador Perusquia, sono sani e salvi. Anche le loro famiglie, nonostante i gravi danni subiti, sono salve. I giovani si sono subito messi all’opera per soccorrere i feriti e dare una mano alle famiglie vicine che hanno bisogno. Chi desidera aiutare, può inviare un contributo alla Procura delle missioni saveriane di Parma, indicando la causale. (Per i dettagli di versamento vedi pagina 7, in basso a destra)
Affari e povertà
Sudamerica: nuovo gasdotto. Uruguay, Bolivia e Paraguay hanno siglato un accordo per la costruzione di un nuovo gasdotto capace di trasportare gas naturale dalla Bolivia al Paraguay. Il condotto sarà lungo 6.000 chilometri con un costo stimato di 450 milioni di dollari e costituirà un’alternativa al cosiddetto “mega-gasdotto del sud” voluto da Venezuela, Brasile e Argentina. I due progetti sono separati, ma secondo il presidente venezuelano Chávez, in una seconda fase, convergeranno in un’unica struttura energetica sudamericana.
Cina: scambi con la Nigeria. Il presidente della Cina Hu Jintao ha raggiunto un accordo per sfruttare il petrolio nigeriano in cambio di investimenti di tre miliardi e mezzo di euro in infrastrutture e impianti petroliferi. La Cina ha bisogno di petrolio e la Nigeria, principale esportatore di greggio sub-sahariano, ha necessità di grandi infrastrutture e nuovi impianti per il trattamento degli idrocarburi. Gran parte della produzione di “oro nero” nigeriano è controllata da cinque multinazionali, legate soprattutto agli Stati Uniti.
Anche l’Italia con l’Eni dal 1962 è in Nigeria con una decina di giacimenti per l’estrazione del petrolio e del gas naturale. Purtroppo, lo sfruttamento del petrolio porta poco beneficio alle popolazioni e aumenta la sorveglianza “armata” per questioni di sicurezza.
Africa: petrolio e carestia. Secondo alcuni studi, l’economia del continente africano è prevista in crescita sia per il 2006 che per il 2007. Sono soprattutto le esportazioni di petrolio a garantire la crescita. Anche la diminuzione dei conflitti sul continente e l’avvio di piani di sviluppo e di ricostruzione in molti paesi usciti da guerre decennali contribuiscono a un miglioramento generale dell’economia. Intanto, però, cominciano a scarseggiare in tutta la regione dello Sahel, nell’Africa occidentale, le riserve di cibo per le famiglie. Il programma alimentare dell’Onu ha chiesto alla comunità internazionale di continuare a sostenere le iniziative che possono mitigare gli effetti della scarsità di cibo.
Anche il Corno d’Africa è uno “tsunami silenzioso” a causa della siccità. Lo ha detto durante una visita in Somalia un inviato speciale dell’Onu. “Sono circa 15 milioni le persone che rischiano di morire di fame, sete ed epidemie”.








