“Spogliarsi delle proprie vesti”
La vera regalità di Gesù, che non opprime e non domina, ma serve e si fa ultimo, e il suo autentico sacerdozio non traggono consistenza dalla veste esteriore. Tuttavia, le vesti hanno una loro importanza, non soltanto simbolica. Sono segno della persona umana nella sua dignità, distinzione ed identità. Ma la veste è pure il segno della condizione spirituale dell’uomo.
Da questa considerazione voglio far partire la mia storia di donna missionaria in un paese asiatico quale è il Bangladesh. Quando sono partita ho preparato la valigia dentro la quale ho messo le certezze, le convinzioni, le sicurezze di una donna nata e cresciuta a Salerno con istruzione, cultura e tradizioni ben radicate. Quando sono arrivata in Bangladesh mi sono accorta che la mia valigia era piena di aspetti inutili perché, per poter essere una sorella del popolo che mi ha accolta, dovevo “spogliarmi delle mie vesti”.
Spogliarsi delle vesti significa anche spogliarsi dei pregiudizi che nascono dalla disinformazione. In Bangladesh, la donna è considerata subalterna all’uomo per un retaggio culturale e non religioso. Pertanto, la mia vita, per certi versi, è stata limitata. Eppure questo aspetto per altri inconcepibile, io l’ho accettato cercando di educare le ragazze al rispetto del proprio corpo e alla dignità della propria persona.
Gesù ha vissuto la sua vita terrena da vero uomo, trovandosi pienamente a proprio agio nelle vesti tipiche del suo popolo. Allora, anch’io dovevo vestire le vesti del popolo bengalese! La mia attività di missionaria con i bambini di strada, i cosiddetti tokai, mi ha insegnato che per accompagnare qualcuno verso un futuro di speranza non basta dare qualcosa, bisogna che tu per lui rappresenti qualcuno. Allora ho abbandonato la mia presunzione per accogliere l’imprevisto, la mia sicurezza per abbracciare l’incertezza, il mio egoismo per accogliere la volontà di Dio.
Il Bangladesh mi ha aiutato ad avere uno standard di vita semplice ed essenziale in tutti gli aspetti: dal cibo all’abbigliamento (indossavo vestiti locali). L’essenzialità diventa condivisione non di qualche ora, ma di una vita intera offerta a chi è in attesa di un sorriso vero e sincero. Sono una donna senza figli, ma la chiamata alla missione mi ha dato la possibilità di essere non una madre che genera, ma una madre che accoglie, custodisce e ama tanti bimbi abbandonati, a cui manca l’amore, l’abbraccio, l’affetto di una persona che li fa sentire piccoli e non già adulti.
La mia missione è stata questa. Essere una mamma, una sorella maggiore che, con carità materna, ha vissuto con loro gioie e dolori, problemi e difficoltà, ma con la certezza di donare solo amore.
Allora, se spogliarsi delle vesti è spogliarsi del superfluo per rivestirsi dell’essenziale, Signore ti ringrazio di avermi offerto questa possibilità. Fa’ che ogni volta che Tu vuoi, io sia sempre pronta a lasciare l’inutile per accogliere la giusta veste che crea comunione, fratellanza e amore.







