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"Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me" (Marco 7,6; Isaia 29,13).

Il messaggio centrale di questa pagina di Marco può essere così sintetizzato: l’essenza dell’insegnamento di Cristo, per dirla con Paolo VI, è una tremenda proposta d’amore; è sincerità-trasparenza totale tra pensiero-azione. In altri termini, sembra che Cristo se la prenda con la-legge-per-la-legge, la-regola-per-la-regola, la-rubrica-per-la-rubrica. E’ l’atteggiamento di chi vuole mettersi-a-posto!

Poi si dà il caso che il cristiano si-metta-a-posto con la messa vespertina, in modo da poter usare la domenica per pesca-caccia-sbiciclettata-weekend; così "ruba" il tempo a Dio e alla comunità parrocchiale, che reclama a gran voce la sua presenza.

Siamo al cosiddetto fenomeno del formalismo, secondo cui si tiene alla legge-regola-rubrica più che all’amore. La rubrica manda in penombra l’amore. Secondo il vangelo, dovrebbe essere proprio il contrario.

Ha ragione Tomaso d’Aquino quando ci ricorda che il peso meritorio dell’agire cristiano dipende non tanto dall’involucro dell’azione in sé quanto piuttosto dal peso dell’amore con cui l’azione è fatta. In base a questo luminoso principio, avremo il classico paradosso cristiano: la povera vedova nella povera capanna merita di più, è più grande del Papa che presiede alla carità di tutta la chiesa; la vedova degli spiccioli merita di più degli Scribi-Farisei che danno vistose offerte.

Il cristianesimo, essenzialmente, è amore-interiorità.

Dice l’Imitazione di Cristo: molto fa chi molto ama. Chi non ha grazia di capire questo, non ha capito nulla del cristianesimo.

Perciò un’azione o una persona non valgono per quello che l’azione o la persona sono nel loro involucro esteriore o per quello che ne dicono i giornali, ma solo-esclusivamente per i rapporti della persona con Dio. Così gli spiccioli della vedovella diventano un elemento costitutivo e l’anima stessa del cristianesimo. Svuotato d’amore, il cristianesimo non è che una larva, mentre l’amore assurge alla suprema grandezza - come afferma Pio XII - di una autonomia-indipendenza liberatrice da tutte le precarie e gracili grandezze di questo mondo.

Il cristianesimo è amore e quindi, anche desiderio: voglio dire che l’uomo, nel bene e nel male, non è quello che è esteriormente, ma quello che desidera di essere. Ovviamente il desiderio deve essere vero-intenso-autentico, cioè un desiderio che "vuole" realmente, non che "vorrebbe".

La dottrina sulla funzione del desiderio nella vita cristiana è sapiente-importante-furba. Sono celebri i desideri di Teresa di Lisieux che, non potendo essere missionaria-dottore-martire, si accontenta di desiderarlo intensamente al punto che, ridotta allo stremo delle forze dalla tisi, offriva il desiderio dei suoi passi stanchi per aiutare quel missionario con cui si era "gemellata". Per questi suoi desideri apostolici, Teresina è stata dichiarata patrona delle missioni, come Francesco Saverio. L’uomo è quello che è il suo desiderio.

Il desiderio è ritenuto da Dio un fatto compiuto. Questa dottrina, suffragata dall’autorevolezza di Tomaso d’Aquino, Francesco di Sales, Giovanni della Croce e dall’esperienza viva dei Santi, è molto utile per la maggior parte dei nostri credenti, la cui vita è destinata all’eroico martirio bianco della quotidianità e a spegnersi sotto la cenere dell’anonimato in una fabbrica o corsia d’ospedale, nella stalla o in cucina.

Chi non capisce questa verità fondamentale, non capisce nulla del fenomeno cristiano, così misterioso e rivoluzionario.

p. Amato Dagnino, sx.


  • Per contatti, scrivere direttamente all’autore di questo "Angolo della Mistica": p. Amato Dagnino SX, Viale S. Martino 8, 43100 Parma PR


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