Sentinella saggia e coraggiosa
Nell’arcidiocesi di Bukavu, mons. Christophe Munzihirwa è conosciuto per il suo franco parlare e il coraggio con il quale denunciava ogni male e ingiustizia. Aveva previsto la guerra e l’invasione del paese da parte di gruppi armati, ma anche di eserciti di governi stranieri limitrofi, come l’Uganda, il Ruanda, il Burundi, appoggiati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.
Il 29 ottobre 1996, la città di Bukavu fu presa da queste forze, riunite sotto l’acronimo dell’AFDL (Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo) e capitanate da Laurent Kabila, padre dell’attuale Joseph Kabila.
Mons. Christophe fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca da soldati in uniforme, dopo averlo fatto inginocchiare tra le strade deserte, proprio nella piazza che oggi porta il suo nome. Subito dopo la morte, era già chiamato il Romero dell’Africa. Lui stesso si faceva chiamare "Mzee" (in kiswahili), il saggio, l’anziano, colui che sa e conosce cosa c’è nel cuore dell’uomo; “Muhudumu”, il servitore; “Zamu”, la sentinella che vigila sulla situazione del suo popolo. Tutti nomi che indicavano un servizio di alto rispetto nella tradizione africana.
Nato nel 1926, già presbitero, ma sempre alla ricerca, nel 1963 chiede di far parte della Compagnia di Gesù. Dopo gli studi in Belgio, a Lovanio, ritorna in Congo nel 1969. Fu l’uomo delle situazioni difficili. Nel 1971, sotto il regime di Mobutu, quando era cappellano all’Università di Kinshasa, domandò di prestare il servizio militare per due anni, in solidarietà con gli studenti e i seminaristi, obbligati al servizio militare, dopo una protesta contro il regime.
Dopo insistenza, fu ammesso come sergente. Dal 1980 al 1986 fu provinciale dei gesuiti dell’Africa centrale, che comprendeva Congo, Burundi e Ruanda. Nel 1986 fu nominato vescovo di Kasongo, a circa 500 Km all’interno. All’inizio degli anni ’90 fu nominato amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Bukavu, pur restando a Kasongo fino al giugno 1994, quando divenne arcivescovo di Bukavu.
Munzihirwa viveva poveramente. Indossava pantaloni da contadino, una semplice camicia e scarpe consunte. “Ho il dovere di vivere come la mia gente”, diceva. L’unico segno che testimoniava il suo ruolo pastorale era la croce pettorale. Dopo la sua morte, nell’armadio, furono trovate 4 camicie tutte uguali. La sua porta era sempre aperta.
Chiunque poteva recarsi nella sua casa, senza prendere appuntamento. Chi partecipava alle sue liturgie e ascoltava le sue omelie, costatava quanto Munzihirwa fosse a suo agio con il vangelo coniugato con la sua cultura Shi, espressione della sua etnia, i Bashi, gruppo etnico di Bukavu. Quando parlava il Mzee tutti erano estasiati e conquistati.
Con la denuncia chiara, argomentata, documentata, ha assunto, sull’esempio di Gesù, la condizione di servo (Fil 2,5-11) e lo ha fatto proprio andando contro le grandi potenze, contro le strutture di peccato, organizzate a manovrare strategie ricoperte di menzogne. C’era da mettere in gioco la vita stessa. Nessuna voce è stata così chiara a quel tempo come la sua.
Ha interpellato i grandi della terra, scritto a tutte le grandi organizzazioni internazionali spiegando come stavano le cose e che piega avrebbero preso, svelando probabilmente ciò che da tempo era organizzato in gran segreto.







