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Saverio, amico dei malati e dei poveri

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A Goa il grande porto era addobbato con bandiere e festoni. La fanfara squillava a tutto fiato, mentre l'immensa folla attendeva sulle banchine e acclamava slogan ritmati di Benvenuto! La festa non era per il missionario di Navarra, ma per il nuovo governatore delle Indie, Martin Alfonso de Souza, inviato dal re Giovanni III del Portogallo.

Non credo che il Saverio si sia scomposto più di tanto. Si recò subito dal vecchio frate francescano Alfonso de Albuquerque, vescovo della diocesi più vasta della cristianità: si estendeva dal Capo di Buona Speranza fino all'ultima spiaggia dell'Estremo Oriente, anche se aveva solo 13 parrocchie.

L'umile “santo padre” dell'India

Saverio era il “legato” del papa e del re, cioè, inviato con poteri speciali. Al vescovo dice che “nulla avrebbe fatto senza la sua approvazione”. Davanti a tanta umiltà e spirito di obbedienza, il vescovo abbraccia il Saverio con affetto e lo incoraggia a fare tutto il possibile per predicare il vangelo di Cristo tra i popoli dell'Asia, secondo le intenzioni del papa.

Già questo è un buon approccio missionario: andare d'accordo con i vescovi, i sacerdoti e gli altri missionari. Francesco ci riesce bene. Sa creare e mantenere i buoni rapporti con tutti: con i potenti e con gli umili.

L'India è stata la prima destinazione del Saverio nell'immenso continente d'Asia. Vi rimane poco più di tre anni, percorrendola in lungo e in largo. Vi ritorna poi altre due volte, per pochi mesi. In terra indiana a Goa, nella chiesa del Buon Gesù, i suoi resti mortali sono sepolti e venerati. Non solo dai cattolici. È diventata famosa l'espressione di Indira Gandhi alla TV spagnola, nel 1976. Disse: “In India, quando uno si ammala, sia egli hindu o musulmano, noi invochiamo il nome di san Francesco Saverio”.

Non è possibile seguire tutte le mosse del Saverio in India, nonostante le descrizioni particolareggiate che egli fa nelle sue numerose lettere. Del resto, più che una cronaca di viaggio, a noi interessa cogliere lo spirito che ha animato la sua prima missione in Asia.

L'affetto degli abitanti di Goa

Il Saverio si era posto tre obiettivi: aiutare i portoghesi a vivere una vita cristiana più coerente; dare una migliore formazione cristiana ai nuovi battezzati; predicare la fede cristiana ai “pagani”. È una visione globale dell'apostolato missionario, che non trascura alcun settore: dai connazionali ai locali; dai cristiani di antica data ai nuovi fedeli e a chi ancora non conosce la fede cristiana; prigionieri e soldati; sfruttatori e schiavi; ricchi e poveri. È un piano di evangelizzazione completo. Egli fa tutto questo in modo instancabile.

Ma ha un suo metodo personale. Lo racconta nella lettera n. 15. Il vescovo lo vorrebbe suo ospite nel palazzo. Lui sceglie di vivere all'ospedale, per aiutare i malati e stare con i poveri. Visita i carcerati e i lebbrosi. Li istruisce nella fede e insegna a fare la confessione generale e la comunione. “Sono tanti coloro che vengono a confessarsi che, se fossi diviso in dieci luoghi, avrei gente in ognuno”, egli scrive.

Sceglie la chiesa di Nostra Signora del Rosario, a Goa. Vi raccoglie i bambini - fino a 300 per volta - e insegna le preghiere, il credo, i comandamenti. La domenica predica ai cristiani, portoghesi e indiani, che riempiono la chiesa. È accolto con grande amore e affetto dagli abitanti di Goa. I poveri e i malati diventano suoi amici e devoti. Sembrerebbe che la gente non aspettasse altro che un uomo come lui, disposto a farsi ...mangiare dalla loro fame di autentica vita cristiana.

Sull'esempio del Saverio, l'anziano vescovo ordina che si faccia lo stesso in tutte le altre chiese di Goa.

Un edificio per costruire “uomini di fede”

Ma il Saverio non era tutto “chiesa e sacrestia”. A Goa era da poco iniziata la costruzione di una scuola - collegio per l'educazione della gioventù indiana, per iniziativa di alcune persone appoggiate dal governatore. Si chiama ancor oggi “collegio San Paolo”, anche se il Saverio avrebbe preferito chiamarlo “collegio Santa Fede”, “perché la fede deve essere diffusa e radicata”. Di questo collegio il Saverio è entusiasta al massimo. Lo vede crescere, mattone su mattone, e se ne rallegra: “È la cosa più necessaria, santa e pia di ogni altra in tutta l'India. È un edificio materiale, ma serve per edificare molti templi spirituali per l'insegnamento e la conversione di molti pagani. Ne usciranno uomini di diverse lingue, nazioni e genti, capaci di accrescere la fede di Gesù Cristo in questi luoghi e di estendere i confini della chiesa”.

Anche la chiesa del collegio è molto bella, il doppio più grande della stessa chiesa della Sorbona di Parigi. Qui vengono formati nella fede molti giovani indiani, “per inviarli ai loro luoghi di origine per mettere a frutto quanto hanno imparato”, scrive il Saverio. Come ricompensa e segno di gratitudine verso il governatore che tanto investe nella costruzione e mantenimento di quest'opera, egli chiede a Ignazio di mandare un “paio di rosari, uno per la moglie e uno per il governatore”, naturalmente benedetti dal papa!

Questo collegio, in effetti, divenne il cuore dell'attività apostolica dei gesuiti in India e in Asia. Al collegio, di cui Saverio era rettore, si aggiunge un noviziato, un ospedale e una tipografia. Già nel 1544, il collegio poteva ospitare oltre 500 studenti ed era autosufficiente, grazie a un fondo per l'educazione. È in questo collegio che furono collocati i resti mortali del santo, dal 1554 al 1613, quando furono traslate nella basilica del Buon Gesù, sempre a Goa.

Oggi, del grande collegio resta solo l'arco d'ingresso. Il luogo, infatti, era molto insalubre. Per la peste, nel 1570 vi erano morti 58 gesuiti. Fu quindi ricostruito in una zona più salubre della città.



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