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La casa saveriana di Vicenza ha accolto me e mio cugino Paolo, di Cittadella, nel lontano 1944. Era il 2 ottobre e p. Uccelli era venuto alla porta per darci il benvenuto. Per consolarci, dopo che papà Giuseppe e papà Antonio erano ripartiti, ci ha offerto un grappolo d'uva, accompagnandoci tra i filari dell'orto di casa.

Quella barba bianca, quel sorriso sereno e accogliente, quelle mani benedicenti, quel volto di missionario infaticabile, mi sono sempre rimasti impressi. Pensavo: "anch'io vorrei essere come lui".

La realtà poi è stata ben diversa, anche se p. Uccelli con il suo san Giuseppe si trova ancora oggi sul mio tavolo di lavoro, qui in Amazzonia. Me lo sono portato dovunque, senza mai perderlo. Ho perso tante cose, me ne hanno rubate ancora di più, ma p. Uccelli è sempre rimasto lì al capezzale del letto o sul tavolo di lavoro, come modello e come intercessore.

Ero timido e timoroso

Il 22 marzo 1958, sul mio capo scendeva la forza dello Spirito Santo con l'imposizione delle mani del vescovo di Piacenza, di p. Giacomo Spagnolo, fondatore delle saveriane e dei sacerdoti missionari presenti.

Dopo l'ordinazione sacerdotale, ho visto che non era cambiato nulla. Rimanevo timido e pauroso di affrontare il pubblico, incapace di preparare un'omelia o di dare una lezione di catechesi agli adulti, timoroso di andare in Asia o in Africa. Per incoraggiarmi, erano presenti mia madre Maria e la prof.ssa Rina Parolin, formatrice di una trentina di missionari saveriani cittadellesi.

I grandi amici di Vicenza

I 21 anni trascorsi in Italia mi hanno maturato molto. Gli anni passati a Vicenza come rettore (1964-1972) sono stati tra i più belli della mia vita. Ho avuto la gioia di avere una comunità di missionari eccellenti e tanti amici, fedeli anche oggi alla missione.

Non posso dimenticare Giulio Coeli, il nostro impresario; Graziano Molon di Arzignano, morto poco tempo fa; le zelatrici di Cologna e di Lonigo; le amiche e devote di p. Uccelli e dei primi tempi della casa di Vicenza, come Norma Brocchetta, Ebe Tazinazzo, Maria Brunello, la famiglia di Giuseppina e Giampietro Reniero, Pia Stocco di Carmignano (sorella dei nostri missionari Pasquale e Lio)con il marito Ido.

Da loro ho imparato a vivere, ad amare, a sentirmi fratello tra i fratelli, a fare comunità, a condividere gli impegni e le decisioni.

Capanna di fango e candela

Il 7 settembre 1979, insieme a p. Gianni Calderaro, p. Giuseppe Borghesi e p. Renato Trevisan, siamo partiti per l'Amazzonia. A Natale già eravamo sul posto di lavoro. Io ero a Concórdia, un villaggio all'interno della foresta, a 150 chilometri da Belém.

Una capanna fatta di fango e coperta di legno era la casa parrocchiale, la luce di una candela mi illuminava le lunghe notti equatoriali, la scarsa acqua di un pozzo, scavato a mano, serviva per bere, preparare il cibo e fare il bagno. Il villaggio si stava formando attorno a una ventina di segherie che tagliavano le gigantesche piante della foresta vergine per l'esportazione del legno.

Qui ho trovato il mio nido, riscaldato dal calore umano e fraterno di molta gente, umile e semplice, che veniva da tutte le parti del Brasile in cerca di lavoro e con il grande desiderio di vivere la propria fede.

"Salvare tutto l'uomo"

Secondo le indicazioni del vescovo saveriano mons. Angelo Frosi, dovevamo favorire il sorgere delle comunità ecclesiali di base, chiamate CEB. A Concórdia ne sono sorte una ventina, con la loro chiesa e il loro animatore, impegnate a difendere la fede e i diritti umani e sociali.

Erano i tempi della dittatura militare in Brasile. In questa situazione, "salvarsi" significava "salvare tutto l'uomo" - il diritto alla terra, al lavoro dignitoso, a uno stipendio giusto - sempre con il rischio di essere espulsi o minacciati a morte.

Dopo tre anni, il vescovo mi ha chiamato a dirigere il seminario della diocesi in Abaetetuba. Vi sono rimasto 11 anni.

Ora devo guardare avanti

Attualmente sono alla periferia di Belém, in un quartiere in cui la violenza, i furti, la droga fanno parte del nostro quotidiano. La gente soffre per vivere, alla ricerca di un espediente per guadagnare il pane di ogni giorno. Le case sono su acquitrini con tutti i problemi che ne derivano per la salute, la scuola, il divertimento dei ragazzi, l'igiene.

E il mio ministero di sacerdote missionario è cambiato ancora una volta. Qui è necessario formare comunità missionarie che siano la voce di chi non ha voce. Ne abbiamo cinque in parrocchia, ma è difficile ottenere i frutti sperati; è meglio lasciarli nelle mani del Signore.

Alla luce della nostra fede e dello spirito missionario tipicamente saveriano, vorremmo dedicarci sopratutto al campo della formazione di ragazzi, giovani e adulti. Nel nuovo centro di pastorale, inaugurato il 28 dicembre scorso, ci sono 13 sale per corsi formativi e incontri di ogni tipo, doposcuola e alfabetizzazione, alimentazione alternativa e informatica, catechesi per ragazzi, giovani e adulti. Per noi questo significa essere "parrocchia missionaria". L'impegno dei laici, insieme al prete, potrebbe fare miracoli.

Ma non ci fermeremo qui. Già pensiamo alle missioni fuori dal Brasile. Abbiamo una giovane suora missionaria in Mozambico e un giovane aspirante saveriano. Dio mi ha condotto per mano fino al giubileo d'oro sacerdotale. Ora devo guardare avanti: c'è ancora un lungo cammino da percorrere, insieme a tutti voi e con la nostra gente.

Buona camminata!



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