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Riparatori di brecce, ''Ho visto il grido; ho visto l'uomo''

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Dal "Quaderno" 2011/3 del Centro Studi Asiatico, pubblichiamo uno stralcio del lungo articolo di p. Daniele, saveriano Mantovano in Giappone. Intravvediamo la com-passione del missionario.

Un sopravvissuto al terremoto e allo tsunami che hanno devastato le regioni nord orientali del Giappone lo scorso 11 marzo 2011, mi disse: "Non si sa da che parte andare e non si sa se ha ancora senso andare. Un grido scuote l'abisso del mio cuore. Non può più essere come prima". Queste parole descrivono il dolore che ha attraversato un intero popolo, come se la vita avesse subito un'improvvisa accelerazione o un vertiginoso salto all'indietro, che ridisegna un nuovo atlante nella terra e nel cuore di ciascuno.

Anche se i mezzi di comunicazione hanno ormai spento i riflettori, si comprende che lo tsunami ha fatto breccia nei cuori e sta avanzando ben oltre i confini già violati, aprendo ferite e feritoie di grazia. Non possiamo non interrogarci su cosa quel grido intenda dirci e chiederci, a quale condivisione e conversione ci chiami.

Vorrei raccontare il grido

Vorrei provare a raccontare quel grido attraverso le parole e gli sguardi di coloro che ho incontrato nei giorni trascorsi insieme ad altri volontari nelle regioni colpite, subito dopo l'evento, cercando di comprendere se e come esso possa aiutarci a rispondere alle sfide della missione. Un grido che mi sembra davvero di vedere.

L'ho visto in un anziano medico che dalla sua clinica è fuggito verso casa, in prossimità del mare, dove si trovavano moglie e figlio. Gli occhi ancora fissi su pareti che non esistevano più, le braccia avvinte a volti e vite che il mare non ha più restituito. L'ho visto vagare sulle rive del mare alla ricerca dei suoi cari, accarezzando ogni piccola sporgenza che affiorava, come se allungasse la mano ai resti della sua vita.

L'ho visto in una mamma che, allo stremo di forze, mi ha donato la foto del figlio, dopo averla riportata alla luce dal fango, come a generarlo di nuovo, dicendomi: "Te lo affido". Non erano rimaste che increspature di colore su un volto appena abbozzato, che sembrava invitarmi a ricomporre l'immagine perduta della bellezza di Cristo.

La grande sfida per noi

Mi accorgo così che la comprensione di questo tempo passa per la com-passione con cui avvicino l'orecchio e il cuore all'uomo, per cercare di capire la sete che lo alimenta, i desideri nascosti, le ansie di libertà. È l'uomo la strada maestra della chiesa, sempre. Un uomo che Dio è ancora intento a fare e a rifare nuovo. Sta proprio qui la grande sfida per noi!

Ho visto questo uomo nuovo nelle mani tese di tanti volontari, giovani, anziani, stranieri, rifugiati, venire da tutto il Paese a svuotare e ripulire intere abitazioni o asciugare foto o riavvolgere un bimbo con una coperta. Oppure scavare con le mani il terreno per risanarlo da quel sale velenoso che per tanti anni ancora impedirà alla terra di portare frutto.

L'ho visto in un giovane hikikomori ("isolato") che ha trascorso anni a costruire modellini di automobili cestinandoli subito dopo, trascinato fuori dal suo isolamento dall'urto dell'onda, molto più forte della sua paura di uscirne. "Voglio guarire. Aiutami!" - mi disse, confidandomi come si sentisse sperduto, come se si fossero spezzati i ponti verso gli altri. L'ho invitato a essere lui stesso ponte con tanti fratelli sofferenti... E ha iniziato a creare modellini di auto per bambini. Era come se nessuno gli avesse mai chiesto di fare qualcosa per qualcun altro prima di allora.

Essere missionari di prua

Si tratta di cominciare: ora, qui, fra queste rovine, con il rischio di restarne prigionieri. Ed essere come la Veronica per Gesù. A lei mi ha fatto pensare quella mamma che mi donò la foto del figlio. L'ho vista piangere di gioia dopo aver scoperto sotto il fango un fiore, come se per la prima volta vedesse il sole e gli occhi di suo figlio. Sempre lei, poco dopo, mi consegnò un piccolo origami di due gru legate da un'ala comune, dicendomi: "Sii un prete forte e sensibile. Allunga la mano a chi chiede di sollevare le speranze spente, che ancora ci aspettano". E non aggiunse altro.

Questo e tanti altri appelli e sfide siano la nuova primavera del Giappone e della missione. Essere missionari di prua, cercando l'orizzonte futuro, e non di poppa, volti all'indietro. Non evadere; stare in mezzo al mondo e alle sue piaghe, e prendersene cura. Essere "riparatori di brecce", come voleva il profeta Isaia (58,12): non per caso né occasionalmente; ma come progetto, con la perseveranza e l'impazienza di "colui che attende la fine della notte".



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