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Riflessioni "Pasquali" di un missionario che torna in Sierra Leone

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Partire è un po’ morire

Da pochi giorni ho lasciato la mia casa, la mia terra di Bergamo e sono giunto, per la seconda volta, nella Sierra Leone. Dopo dieci anni di permanenza in Italia, lavoro e studio a Roma, ripartire per la missione – e la missione della Sierra Leone in particolare – è per me, come per tanti altri missionari, un po’ morire.

caglioni sierra leone Certamente, l’andare a vivere da un’altra parte del proprio mondo (uno dei sette più industrializzati e, quindi, tra i più ricchi) per trapiantarmi nel Paese più povero del mondo (secondo le statistiche ufficiali, il 142.mo) significa morire a un mucchio di cose della propria cultura, dei propri affetti e della vita di sempre. Non ci vuole molto a capire questo.

Per chi, poi, è abituato ai conforti della vita moderna significa ritornare a una vita semplice e primitiva: quella delle cose essenziali e, a volte, perfino con una certa difficoltà anche per godere di quelle. Se pensiamo, ad esempio, all’acqua e alla scarsità di questa in alcune aree dell’Africa nera, potete immaginare in che situazione mi verrò a trovare in alcuni momenti. Perché si può anche rinunciare all’elettricità o all’automobile, ma non all’acqua o ad un certo tipo di cibo, dato che il mio stomaco a 56 anni compiuti, non è più in grado di adattarsi a certo cibo locale, nutriente sì, ma forse troppo pesante e perciò difficile da digerire.

Ma tutto questo, per un missionario fa parte di un certo patrimonio genetico: diventa qualcosa di scontato, che entra nel preventivo della vita missionaria, assieme alla possibilità – spesso concreta e reale (i fatti del recente passato sono una testimonianza viva e un richiamo costate per la memoria) – di perdere la propria vita o di essere privato, in parte o totalmente, della libertà. Sono questi i rischi della missione oggi.

Per il missionario, il vero senso del morire è quello della morte pasquale, nella quale egli è chiamato alla vita nuova cioè a morire a se stesso, al proprio io, al patrimonio socio-culturale da cui viene, a tante altre cose, più o meno importanti, che lo caratterizzano e lo condizionano in vario modo, per entrare in quella dimensione che lo farà essere e diventare l’uomo nuovo, il totalmente diverso, nella novità della vita cristiana.

Dovrò quindi imparare a sentirmi fratello con i fratelli, in mezzo al popolo tra il quale vivo. Dovrò svestirmi dell’uomo di sempre, per rivestire l’abito nuovo della cultura, della lingua, della nazione in cui mi sono trapiantato. È questa la grande sfida che mi sta di fronte. Non sempre riuscirò a conoscere esattamente ciò che è giusto o sbagliato, nelle differenti situazioni della realtà in cui mi troverò. Dovrò imparare a tracciare i confini tra una cosa e l’altra, in una cultura e in un ambiente sconosciuto o poco famigliare.

Spesso noi missionari utilizziamo il motto paolino: "L’amore di Cristo ci spinge". Cristo è la vera ragione del nostro esistere, del nostro agire, del nostro vivere. E quindi anche di questo morire a tante cose, che forse non pagano, ma che a volte rendono la vita più facile e frequentemente, meno complicata e traumatizzante. Ma è proprio questo amore di Cristo che ci fa vivere una vita, spesso impossibile o ai limiti della sopportazione umana, con una forza nuova e una capacità incredibile.

È proprio perché c’è il Cristo che la vita del missionario diventa vivibile, accettabile e anche profondamente ricca di umanità e di soddisfazioni umane e divine.



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