Ricordiamo l’amico p. De Cillia
(di: Amici di Plasencis)
Lo avevamo salutato un anno fa celebrando i suoi 50 anni di sacerdozio missionario. Lo salutiamo oggi con il cuore rotto dal ricordo, per aver perduto un amico, un compagno di fede e di ideali, un padre e un fratello. E oggi lo ricordiamo come ieri: un uomo franco, di poche parole, mani callose, prediche corte e intense, con tanta voglia di lavorare.
Sempre in “prima linea”
Padre Bepi De Cillia era un uomo vivo, con il cappellaccio in testa sotto il sole del Burundi, a dirigere compagnie di operai, muratori, carpentieri… Era sempre impegnato a progettare chiese, casette, scuole e laboratori. Bepino era il perito edile e l’assistente di cantiere, il geometra e l’architetto, il procuratore di attrezzi, di materiali e di manodopera locale.
Era sempre presente quando occorreva consolare i poveri, condividere ansie e problemi, suggerire di non abbandonare mai le speranze, nonostante le rivoluzioni fratricide e le case di mattoni distrutte dalla violenza dopo averle faticosamente costruite. Era il bastian contrario del potere, sempre in prima linea per protestare contro le ingiustizie, per difendere i poveri, e per questo rispettato dai feroci soldati vatussi e amato dalla gente delle varie missioni.
Il Burundi fino all’ultimo
Era un uomo di parte: aveva scelto chiaramente da che parte stare, a quale chiesa appartenere, a una comunità di mattoni vivi e di pietre vive, in Burundi.
Aveva messo in un angolo del cuore la sua Plasencis, il suo Friuli, piccolo compendio dell’universo, per riempierlo di Burundi, per costruire laggiù un angolo di provvidenziale pace e felicità, in una nazione finalmente unita e fatta di uguali.
Voleva restare e morire in Africa, nel suo campo seminato di 50 anni di vita, identificata con la sua gente, e cultura. La preghiera in lingua Kirundi, recitata da uno studente burundese accanto al suo letto di agonia a Parma, lo risvegliava tanto da fargli muovere le labbra, per condividere fino all’ultimo fiato la cultura del popolo che sentiva davvero suo.
L’esempio con i fatti
Ci è rimasto nel cuore da quando eravamo giovani del gruppo “Friuli Terzo Mondo” e condividevamo le grandi speranze della chiesa del concilio Vaticano II, le grandi sfide della decolonizzazione del Terzo Mondo, l’imbarbarimento delle nostre scelte, del consumismo sfrenato, del neocolonialismo arruffone e ingordo.
Rimane ancora dentro al cuore con il suo esempio e con la testimonianza, senza troppe parole e tanti fatti.
Bepino, da te abbiamo imparato e con te abbiamo condiviso una piçule part de tô grande storie, nonostante il mâl di schene pes masse glesiis costruidis, cence padin, pai acuedots e pes cjasutis e i modons e il ciment e l’ubudungu (la malte) che tu âs doprât.
La tua impronta su di noi
Per noi, tu sei vivo, perché ci hai cresciuti; perché nella nostra vita e nel nostro cuore, c’è la tua impronta, la tua lapide, la tua pietra d’angolo, il tuo monumento.
Come sono il tuo monumento le decine di chilometri di acquedotti, i milioni di mattoni, le chiese e le casette, le scuole e i laboratori; ma soprattutto gli occhi e il sorriso di migliaia di uomini e donne, di giovani e bambini che hai incontrato sulla tua strada per indicare loro un fruçon di cîl e di sperance.
“Polse tal grim de nestre mari tiere,
che tun abraç ti cjol dentri di sé,
che e siere tun jet di jerbe il to cuarp
ma che lasse plene libertât al to svualâ.
E sul pedrât des nestris puaris stradis,
fra polvar di cinise e di memoriis,
e reste la olme de tô vite rude
che ploe e vint no podaran dispierdi”.
Cungjò, Bepino. Con Dio e con noi a Plasencis, in Friuli, nel mondo.





