Parrocchia missionaria in foresta: Il vangelo nella cultura
Dalla paura all'amore
La maggior parte dei mentawaiani ha abbracciato la religione cristiana, cattolica oppure protestante. In qualche modo si può dire che vi è stata quasi incoraggiata dal governo che in Indonesia riconosce e permette solo cinque religioni: islam, cattolicesimo, protestantesimo, buddhismo e induismo. Le religioni tradizionali non sono riconosciute. Tuttavia, sotto il velo della religione cristiana, le pratiche religiose tradizionali persistono ancora e non potrebbe essere diversamente, dopo solo 50 anni di presenza cristiana.
Religione tradizionale e cristianesimo
La religione tradizionale è stata sempre considerata animista, anche se l’idea di un Dio unico creatore sembra essere presente nella cosmologia mentawaiana. Nella vita pratica, però, l’attenzione è rivolta soprattutto al rapporto con gli spiriti presenti dovunque. Da essi si cerca di difendersi; con loro si cerca di avere un rapporto armonioso per evitare malattie e incidenti. Per questo, uno degli elementi fondamentali della credenza tradizionale è il kerei, lo sciamano, incaricato di ristabilire l’armonia tra gli uomini e il mondo degli spiriti attraverso danze e cerimonie.
Tra la gente queste pratiche sono ancora molto vive. Quasi tutti i malati che arrivano alla clinica della missione hanno prima provato a curarsi con erbe e con i kerei. Sono convinto che qualcosa di efficace ci sia, perché senza la medicina tradizionale, i mentawaiani sarebbero ormai già tutti estinti.
In fondo, il contatto con questo mondo così legato alla presenza degli spiriti mi fa riflettere. Nella teologia occidentale, si sottolineano molto due aspetti: quello divino (la presenza e l'azione di Dio) e quello umano (attenzione all’uomo, la morale, la carità...). Si tende invece a dimenticare tutta quella sfera creata e invisibile, ma che pur esiste: quella degli angeli, dei demoni, degli antenati (la comunione dei santi), che qui, nella cultura tradizionale, diventa quasi più reale dello stesso mondo visibile.
L'esistenza di potenze misteriose e invisibili (ma create), mi sembra che debba essere considerata seriamente, senza fare di ogni erba un fascio o liquidare tutto come superstizione.
Forse in tutti questi aspetti della vita il vangelo può inserirsi come lievito che purifica, senza distruggere il bene che già c’è, ma valorizzandolo. Soprattutto l’annuncio di Dio-amore aiuterà a passare dalla paura delle realtà spirituali alla comunione con Dio Padre che ama e si prende cura delle sue creature.
Cosa facciamo noi missionari?
Se penso agli altri missionari che lavorano come matti nelle grandi città dell'Indonesia, che fanno tanti incontri, conferenze, Messe in chiese strapiene di gente..., a me qui sembra di essere in vacanza. Alle isole Mentawai, i ritmi sono molto più lenti, anche perché possiamo visitare i villaggi solo il sabato e la domenica, quando tutti tornano dai campi, dalla pesca o dalla foresta, dove passano l'intera settimana.
A guidare la missione siamo in sette: quattro saveriani - due preti, un fratello, uno studente che sta facendo un'esperienza missionaria - e tre assistenti laiche internazionali (ALI). Annessi alla missione abbiamo una scuola elementare, una clinica, una scuola di cucito e di economia familiare, gli ostelli per ragazzi e ragazze, con la capacità di ospitare fino a 100 alunni.
Sabato e domenica usciamo per visitare i villaggi. Sempre in barca, perché non ci sono strade. Incontriamo le comunità, visitiamo le famiglie, amministriamo i sacramenti. Periodicamente organizziamo corsi di vario tipo, al centro della missione, per formare sempre meglio i responsabili delle comunità. I laici, infatti, sono i veri pilastri della chiesa mentawaiana.
Ma forse la cosa più importante che facciamo è quella di stare qui, cercando di dare testimonianza e formando a modi nuovi di vivere, attraverso cose molto semplici. Per esempio: tutti i pomeriggi lavoriamo insieme ai ragazzi degli ostelli; perdiamo un sacco di tempo per spiegare a chi chiede aiuto, che lui o lei devono darsi da fare e mettere da parte i soldi per far studiare i figli, per spiegare che la parrocchia non è una banca... Oppure cerchiamo di incoraggiare gli operatori sanitari, i maestri delle nostre scuole e delle scuole statali, a lavorare con spirito di dedizione.
Cerchiamo di formare al vangelo con incontri di approfondimento e di preghiera, per tutti coloro che desiderano partecipare. E continuiamo a chiedere, soprattutto ai giovani e alle donne, di impegnarsi a favore degli anziani, dei malati e dei bambini, specialmente attraverso il catechismo domenicale.
Offriamo amore, dunque. Ma lo chiediamo anche, perché tutti, anche alle isole Mentawai, possiamo diventare sempre più immagine di quel Dio-amore che ha saputo spendersi per noi, fino alla fine.
Ma ne vale proprio la pena?
Dovevo raggiungere Gorottai, un villaggio di poche famiglie, a quattro ore di marcia nella foresta. Il sentiero era molto fangoso. I mentawaiani che mi accompagnavano sono abituati a camminare a piedi nudi sui pali di legno sistemati per terra, per evitare il fango. Avevo già provato a fare come loro, ma dopo due ore senza scarpe i miei piedi erano così doloranti che avevo preferito rimettere le scarpe. Andavo bene sulla terra dura, ma cadevo spesso quando ero costretto a camminare sui pali, resi viscidi dalla pioggia.
Al ritorno, alcuni tratti erano completamente allagati. Due volte sono caduto, fino al collo nell’acqua che nascondeva un fossato sulla strada... I giovani accompagnatori se la godevano e ridevano a crepapelle ogni volta che cascavo. Per lo meno, avevo avuto successo nel farli divertire...
Dentro, mi chiedevo: “Ma devo proprio farla questa gran fatica per celebrare una Messa in un posto così isolato? Ha un senso, ha un valore tutto questo?”. Poi un pensiero si è fatto strada nel mio animo: “Sì, Matteo. Una Messa è l’occasione per rendere visibile l’amore di Dio per ogni uomo e questo ha un senso; ha un valore grandissimo!”. Questo pensiero mi ha accompagnato fino al villaggio e poi al ritorno fino a casa.







