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Parrocchia missionaria d'Isola: Isole Mentawai, la missione in canoa

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Case sparse lungo i corsi d'acqua

Padre Matteo Rebecchi, un giovane saveriano cremonese, è missionario nelle isole Mentawai, di fronte a Sumatra, la grande isola dell'arcipelago indonesiano. È lì da quasi quattro anni, quasi isolato dal resto del mondo. Eppure la sua esperienza di missione può ispirare tutti noi che, nel mondo globalizzato, sembriamo vivere ciascuno in un'isola …virtuale.

Ero disponibile a qualsiasi cosa, ma quando il superiore mi ha comunicato che ero destinato alle isole del piccolo arcipelago delle Mentawai, ho potuto solo ringraziare e sentirmi felice. Non conoscevo nulla di questa missione, se non per sentito dire e per aver visto qualche foto, ma l’alone di avventura che la circondava mi attirava.

La partenza fu emozionante. Significava lasciare Padang, città moderna e attrezzata, per affrontare l'oceano che mi avrebbe diviso dal resto del mondo, per mesi e mesi. Ora, a pensarci, mi viene da ridere, perché vivere alle Mentawai è diventato normale; ma quando la nave si è staccata dal molo... non nascondo di aver provato un forte senso di incertezza.

Poi l’adattamento, la nuova comunità saveriana, il mare (a me piace scalare le montagne e sciare!), le prime conoscenze, la difficoltà della lingua..., insomma, tutte quelle cose tipiche dell’ascesi missionaria, sempre condite dal senso di ringraziamento per aver ricevuto il dono di una missione così speciale.

Il grande servizio culturale dei saveriani

Alle Mentawai la chiesa c’è da 50 anni. I primi missionari cattolici sono stati proprio i saveriani. A Sikabaluan, dove mi trovo oggi, la presenza stabile dei missionari risale a 35 anni fa.

La popolazione delle Mentawai ha vissuto nell’isolamento fino alla fine del XIX secolo, quando sono avvenuti i primi rapporti stabili con l’isola di Sumatra a scopo commerciale. L'isolamento ha fatto sì che la cultura tradizionale delle isole, una delle più antiche di tutta l’Indonesia, si mantenesse pressoché ferma all’era neolitica. La ruota, il ferro e tutte quelle cose che per noi sono normali, qui sono state introdotte all'improvviso; in certi villaggi all’interno della foresta, la ruota non è ancora arrivata. Oggi i vestiti ci sono quasi dovunque, la televisione la si trova nei centri maggiori... Ma la mentalità e la cultura non fanno salti mortali, realizzando in pochi anni quel cambiamento che in altri ambienti è avvenuto gradualmente attraverso i secoli.

I saveriani hanno dato un grosso contributo nel salvare il salvabile della cultura mentawaiana. Hanno prodotto studi antropologici e testi in lingua locale: dai vocabolari e grammatiche, fino alla raccolta di miti e leggende, proverbi e racconti sulle consuetudini tradizionali, oltre ai testi liturgici e al nuovo Testamento. Che io sappia, al di fuori di queste pubblicazioni e di poche altre prodotte dalla chiesa protestante, non esistono altri libri in lingua mentawaiana.

La straordinaria avventura dei pionieri

Posso solo immaginare l’impressione di quei coraggiosi che arrivarono per primi in queste isole. Ho letto il libro di p. Aurelio Cannizzaro “Tra i primitivi delle Mentawai”, dove si parla di coccodrilli, delle prime chiese, della popolazione ancora immersa nella cultura tradizionale, i viaggi avventurosi...

Tante cose, per certi versi, ancora attuali, ma che allora erano affrontati nella novità assoluta, senza preparazione, senza quei benedetti confratelli di navigata esperienza che ti danno una dritta o una spiegazione, senza sussidi scritti per aiutarti nello studio della lingua... Coloro che sono arrivati qui per primi e hanno aperto la strada, sono davvero persone straordinarie. 

Me ne sono accorto, in particolare, alla mia prima visita nelle comunità di Simatalu, la parte più isolata della missione. È una zona che visitiamo solo due o tre volte l’anno, per la difficoltà di arrivarci. C’è solo un pezzo di strada lungo 7 chilometri; poi si va in barca per mare e fiumi, e a piedi in mezzo alla foresta.

Scendendo in canoa lungo il fiume, dopo tre giorni tra barca a motore, barca a remi, a piedi nel fango, attraverso i ruscelli e la foresta, una notte passata sotto una tettoia sopra il recinto dove dormono i maiali..., arriva l’incontro con i primi abitanti della zona in alta uniforme: perizoma, tatuaggio, coltellaccio e... sigaretta. Mi sembra di essere in un film: ci manca solo di vedermi uscire un dinosauro dalla foresta...

Penso ancora a chi in queste zone ci è venuto per la prima volta, ai pionieri… Nonostante i limiti e gli sbagli che pur avranno commesso, sono persone da rispettare, almeno per il coraggio e la passione che avevano per annunciare a tutti, ma proprio a tutti gli uomini, l’amore di Dio Padre.

Case isolate, sparse lungo i fiumi

La società tradizionale era poco strutturata e non conosceva il villaggio come realtà civica. Ancora oggi, soprattutto nelle zone interne, i mentawaiani vivono per la maggior parte del tempo in nuclei familiari isolati. Le loro case sono lungo il fiume dove allevano maiali (la loro ricchezza) e coltivano quanto serve per vivere. Ogni tanto ci sono delle grosse case dove le tribù si ritrovano, ma solo per le cerimonie più importanti. Nel villaggio la gente si riunisce solo per la fine della settimana. 

Nelle zone più sviluppate della costa orientale, le consuetudini stanno cambiando, ma i segni di questa abitudine a vivere soli sono ovunque presenti. Uno degli effetti è la difficoltà a lavorare insieme o di interessarsi ai problemi degli altri.

È fuori dubbio che il vangelo non può che far bene alla gente delle isole Mentawai, soprattutto perfezionando lo stile di rapporti tra le persone, creando quella nuova unica tribù di fratelli e sorelle, riunita attorno all’unico Padre.



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