Padre Tomè risale fino in Friuli
Dopo poco più di un anno p. Ernesto Tomé lascia la comunità saveriana di Taranto per tornare nelle sue terre di origine. Friulano di Maniago, sin da ragazzo lavorò nell’artigianato delle lame e dei bisturi, di cui il paese è famoso.
Burundi, la sua seconda patria
In quel periodo di adolescenza serena e operosa, un saveriano gli insinuò il pensiero di diventare missionario. Una cartolina inviatagli dieci anni dopo, dallo stesso p. Alessandro Patacconi, gli rinnovò quell’invito. La chiamata fu corrisposta e partì.
In Burundi, la sua seconda patria, ha vissuto metà della sua vita. Dal 1966 per 43 anni, oltre che edificare la chiesa delle anime, ha costruito chiese, scuole, dispensari. L’ospedale S. Cataldo, promosso e sostenuto da mons. Motolese e dalla diocesi di Taranto, lo costruì proprio lui, a Murago, un villaggio a 1800 metri d’altitudine sul lago Tanganica. Un infortunio sul lavoro lo costrinse a tornare in Italia. Oltre che a Vicenza e Tavernerio, dopo la guarigione e la lunga convalescenza a Parma, fu inviato a Taranto.
Tomé è un tipo gioviale e festoso. Questa sua caratteristica fa di lui una persona di buona compagnia. Di una fede semplice ma profonda, ereditata dalla famiglia, acquisì fermezza nelle avversità.
Le lacrime di sua mamma all’arrivo della cartolina della chiamata esprimono la tenerezza della sua filiale devozione mariana. Anche sua sorella partì suora missionaria per il Brasile.
Ricominciare quasi daccapo
Ora p. Tomé lascia Taranto. È significativo che io, ultimo arrivato, gli dia il “benservito”: è come un’alternanza iniziata tanti anni fa. Siamo entrati dai saveriani, lo stesso giorno del lontano settembre 1952, nella Casa di Poggio San Marcello (AN). Io provenivo dal profondo Sud, lui dall’estremo Nord. Lui, inaspettato, ma subito accolto e scambiato per me, che arrivai con una mezz’ora di ritardo.
Ora lui da Taranto ritorna a Udine, ai confini con l’Austria. Io da Como, ai confini con la Svizzera, ritorno nella mia Puglia. Così le cose si rimettono a posto, per ricominciare daccapo, entrambi, la nuova avventura della vocazione missionaria.

Nonno tricheco e foca addomesticata
Faccio tanti auguri a “Nonno Tricheco”, appellativo che diedi a p. Tomé, in risposta al suo “Foca Addomesticata” che mi appioppò, negli anni di formazione, quando, giovanottoni ventenni, passavamo le vacanze estive in valle Anzasca che si affaccia sul massiccio del Monte Rosa.
Al mattino andavamo a fare il bagno nell’acqua gelata del fiume. Io, tuffandomi, guizzavo come una “foca”. Lui sullo scoglio, seduto come un “tricheco”, osservava sorridendo. Buon proseguimento di missione, col nome aggiornato dopo l’esperienza indonesiana, dalla tua “Foca Orientale”.







