Padre Savino, prete... d’oro: 40anni di missione in Brasile
Nato a Pontevico (BS) nel 1928 e cresciuto a Bassano Bresciano, padre Savino Mombelli è stato ordinato sacerdote nel 1955. È missionario in Amazzonia dal 1966. Da lì ha risposto alle nostre domande.
Cinquant’anni di sacerdozio e quaranta di missione. Come hai combinato la vocazione sacerdotale con quella missionaria?
A quattordici anni sono entrato in seminario a Botticino Sera e desideravo diventare sacerdote. Quattro anni dopo sono passato al noviziato saveriano di Ravenna, con l’idea di farmi missionario. Ho sempre pensato che prete e missionario vanno bene insieme. Secondo me, non si sbaglia a mettere d’accordo le due vocazioni, ma a separarle.
Vuoi dire che i sacerdoti devono essere anche missionari?
Qualcosa di più. Voglio dire che tutti i battezzati devono essere missionari. Laici, sacerdoti e missionari dovremmo avere tutti la stessa sensibilità e provare la stessa tensione di fronte al mondo e all’umanità. È solo al momento di agire che ognuno si distingue dagli altri, secondo i doni ricevuti e le scelte di vita.
Hai sempre pensato così?
Quando giravo l’Italia, proponevo agli insegnanti di utilizzare le materie scolastiche in funzione di una educazione a raggio mondiale. Cercavo di far capire che si poteva e si doveva essere missionari rimanendo insegnanti, oppure facendo gli agricoltori, gli operai, i professionisti, gli artisti, i politici o i reverendi parroci. Queste idee sono diventate ancora più chiare in missione. Mi sono accorto che oggi il mondo non è un miraggio lontano, ma qualcosa che si trova lungo la strada, sulla porta di casa.
Lavorando in Amazzonia da tanti anni, che idea hai dell’impegno missionario?
In Amazzonia, e in ogni missione al mondo, ci si rende conto che il problema non è tanto la mancanza di preti, ma un altro tipo di prete, un altro tipo di laici e laiche, un altro tipo di parrocchia. Finché il rapporto fra preti e laici, fra parroco e parrocchiani, resta verticale e autoritario invece che fraterno, avremo sempre una minoranza che fa tutto e una massa di dipendenti che non sa nulla o si perde nel vuoto. In Amazzonia, per la gente la religione è naturale come l’aria, spontanea come il volo degli uccelli. Perciò, ci sono molte persone disposte a svolgere servizi ecclesiali e missionari. Ho l’impressione che in Italia, chi vuole collaborare deve accontentarsi di leggere le epistole alla Messa della domenica...
Come devono essere il prete e il laico?
Il cristiano è una persona modellata sulla persona di Cristo. Il cristiano deve agire per amore e per decisione personale, come Cristo. Non può essere trattato come un bambino. Bisogna lasciargli spazio; bisogna metterlo in condizione di essere se stesso e non una statuetta del presepio. Perché avvenga questo salto di qualità, nella chiesa ci vuole un sistema più evangelico; un sistema che lasci più spazio allo Spirito Santo, capace di favorire libertà e creatività.
In pratica, cosa faresti?
Forse è un’idea bizzarra, ma secondo me, bisognerebbe fare qualcosa di simile a quello che avviene nei paesi buddhisti: offrire ai laici la possibilità di formarsi per qualche anno nel monastero o nel seminario; e offrire ai seminaristi e ai religiosi la possibilità di formarsi, per qualche anno, nelle officine, nelle miniere, negli ospedali, nelle scuole, nelle organizzazioni del volontariato, oppure fra i nomadi e gli emarginati delle periferie. Trovo fuori asse sia l’educazione cristiana comune, sia quella seminaristica e sacerdotale. Dovrebbero essere meglio bilanciate e quasi concorrenti.
Cos’è oggi la missione?
Non si tratta solo di mettere in pratica alcune parole di Gesù, come: “Andate in tutto il mondo; ho altre pecore che non sono di questo ovile; chi si farà battezzare sarà salvo...”. Tutto il nuovo Testamento e specialmente le parole, i gesti, la vita, la passione, morte e resurrezione di Gesù devono formare la base dell’attività missionaria. Le nozze di Cana, ad esempio, sono un appello missionario che dà il senso e la misura giusta della missione di Gesù e del cristiano: far entrare l’umanità nella Trinità.
Che rapporto c’è fra Trinità e missione?
La missione è, innanzitutto, la vita trinitaria estesa e partecipata alla famiglia umana globalmente intesa. Questa verità è bene espressa dalla formula del battesimo che si potrebbe tradurre così: “Ti immergo nella forza vitale della santa Trinità. Questo dà valore alla chiesa, alle altre religioni e culture, alla storia passata e a quella futura. È proprio per questo che il Figlio è diventato il missionario dell’umanità: per comunicarci la vita trinitaria.
Perché dai tanta importanza anche alle attività sociali?
Il modello della vita trinitaria non si esaurisce nella religione. Comporta anche la comunione di beni a livello mondiale. Quando durante la Messa elevo l’ostia spezzata e dico “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, mi viene voglia di cambiare quelle parole e dire: “Ecco il pane che cambia il mondo”. Il pane diventa Gesù non solo quando lo consacriamo, ma quando lo dividiamo e offriamo a tutti!







