Padre Carrara: Felicità di essere missionario
Padre Carrara nei ricordi della sorella
Il 28 novembre ricorre il 40° anniversario dell’uccisione in Congo di p. Luigi Carrara, p. Giovanni Didonè e fratel Vittorio Faccin. Siamo andati a Cornale (BG) a trovare Lucia, sorella di padre Luigi, una persona ormai anziana. Ci ha accolto con un grande sorriso e con i suoi occhi pieni di bontà. Per lei noi siamo come dei parenti, persone di famiglia. Le abbiamo chiesto di parlarci di padre Luigi e dei suoi sentimenti. Ci ha raccontato…
Luigi aveva 14 anni quando decise di andare dai missionari saveriani. Io ne avevo 20 a quei tempi. In famiglia non sapevamo nulla del suo desiderio di farsi missionario; non era mai stato nemmeno chierichetto.
Stava cercando un lavoro e quando ci informò delle sue intenzioni siamo rimasti sorpresi e perplessi.
Un ragazzo “disobbediente”
Eravamo poveri, per questo mamma lo invitò ad andare in seminario, così noi sorelle avremmo potuto aiutarlo, una volta diventato parroco. Lui rispose che era minorenne e che avrebbe fatto come gli dicevano i genitori; ma giunto alla maggiore età, sarebbe uscito dal seminario e sarebbe andato con i missionari. Di fronte a tanta determinazione non potemmo che essere tutti contenti della sua scelta.
Nel 1947, accompagnato dalla mamma, Luigi è entrato a Pedrengo. Il rettore della casa dei saveriani, p. Achille Morazzoni, chiese a mia madre se era contenta della scelta del figlio. Lei rispose che avrebbe preferito che Luigi diventasse sacerdote e rimanesse a Bergamo.
Dopo averlo salutato, la mamma era rimasta a spiarlo da lontano, per vedere come si comportava con gli altri ragazzi e se era davvero contento. Tutto sembrava normale, per cui si allontanò serena.
Una festa di famiglia
Sono stata la prima ad andare a trovarlo dopo che era entrato dai saveriani. Gli ho detto: “I primi giorni saranno difficili...”. Lui con un sorriso mi disse: “Con la buona volontà si può fare tutto”.
Questo atteggiamento positivo e sereno era costante anche nelle lettere che ci scriveva. Diceva che per lui andava sempre tutto bene, e soprattutto che era contento. Alla sua ordinazione siamo andati tutti, sei fratelli e i genitori.
Eravamo contenti almeno quanto lui nel vedere che il suo sogno cominciava a realizzarsi. Quel giorno è stata una grande festa per la nostra famiglia e mio fratello era veramente felice.
Il momento della partenza
Padre Morazzoni ci disse che essere ordinato sacerdote significava distaccarsi dalla famiglia, perché presto sarebbe partito per la missione. Infatti, dopo poco tempo, padre Luigi ci scrisse una lettera in cui ci avvisava con gioia che era stato destinato all’Africa, nella missione del Congo.
Quello stesso giorno era giunta anche la notizia dell’uccisione di 13 aviatori italiani, proprio in Congo.
La mamma si era spaventata e quando Luigi arrivò a casa gli chiese davanti a tutti noi: “Adesso cosa fai?”. Lui rispose: “Morire in Italia o morire in Congo per me è lo stesso”. Preferiva partire e fare il missionario. Fu così che sono andata ad accompagnarlo alla stazione di Bergamo, mentre l’altra mia sorella Pierina era rimasta a casa a consolare mamma e papà. La mamma era preoccupata per lui e pregava ogni giorno, ma le lettere che arrivavano dal Congo erano rassicuranti e belle: andava tutto bene.
Scriveva che i congolesi erano brave persone e che mai li avrebbe lasciati perché lui era missionario per loro. Noi eravamo fieri di lui.







