P. Marcelli: Ho sognato di tornare in Sierra Leone
Un paio di settimane fa ho ricevuto una lettera dalla Direzione Generale che mi annunciava il mio trasferimento dalla Regione Saveriana della Sierra Leone a quella dell'Italia. Così quell'addio frettoloso dato alla Sierra Leone il giorno di Natale 1998, è diventato per me definitivo. Ero arrivato in Sierra Leone nel marzo del 1986. Avevo tanto atteso la mia entrata in quella nazione che ogni inconveniente, (il caldo, la confusione alla dogana), mi sembrò normale.
Tutto mi sembrò già scontato. All'aeroporto incontrai p. Luigi, il superiore che era venuto ad incontrarmi. In breve mi annunciò il programma per l'immediato futuro: "Per le prime settimane visiterai le varie missioni, poi sarai assegnato a una di esse".
Durante la Settimana Santa fui a Lunsar: l'ospedale cattolico, una prestigiosa scuola tecnica dei padri Giuseppini, la scuola per le ragazze gestita dalle suore Clarisse, una clinica oculistica dei Protestanti Battisti. Rimasi ammirato di tanta fioritura di opere. Andai poi per alcuni giorni a Kambia in visita ai Saveriani e alle Saveriane che operavano in quella zona. Un giorno andai con fratel Vincenzo in un villaggio per la riparazione di una scuola. Qualcuno corse a dire a fr. Vincenzo che un ragazzo era caduto da un albero e uno sterpo gli aveva perforato la pancia.
Il fratello infermiere partì subito per portare il ragazzo all'ospedale. Il poveretto era stato fortunato per la presenza del fratello nel villaggio. Si salvò. Dopo Kambia fu la volta di visitare Magburaka, un'altra vasta zona missionaria. Là mi fu chiesto di portare al villaggio di origine il cadavere di un uomo che era morto all'ospedale. I parenti che erano con me sul camioncino erano tristi, ma non piangevano. Avvicinandoci al villaggio uno della compagnia gridava la notizia: è morto Hassan!
Arrivati nel cortile della casa, da parte di tutti i presenti fu un piangere disperato, un torcersi le mani, rotolarsi per terra: una vera "sceneggiata" di dolore. lo guardavo in rispettoso silenzio, commosso, e pur rimanendo estraneo e imbarazzato, i miei occhi si inumidirono .
Dopo meno di una settimana a Mgaburaka p.Luigi mi disse di andare a Kabala, non in visita, ma per rimanerci. Là trovai i padri Franco, Pietro ed Henry. Padre Franco mi portò una sera con sé in un piccolo villaggio. Mi disse: "Vedrai la cordialità di questa gente e la festa che ti faranno" . Prima la lezione di catechismo nella capanna -cappella. Poi il ricevimento con musica e danza . Sia i suonatori, sia le ragazze che danzavano si inchinavano sempre più vicini verso di me.
lo ero confuso. Padre Franco rideva , avendo capito la loro intenzione . Volevano da me una elargizione che lui stesso dovette versare per me. Allora si viaggiava di notte e di giorno per villaggi sperduti senza nessuna paura, tanto la gente era pacifica. Quando, dopo alcuni anni scoppiò la ribellione nella confinante Liberia, nel giorno di Natale 1989, sentendo le barbarie che venivano commesse dicevamo: "Ciò non succederà mai in Sierra Leone, questo popolo è troppo tollerante e pacifico per arrivare a tanto".
L'ospitalità spontanea con cui i profughi liberiani furono accolti dai cittadini della Sierra Leone fu esemplare. Invece solo un anno dopo il crudele virus della ribellione fu trapiantato da noi. Un nucleo di ribelli addestrati all'estero penetrò in Sierra Leone, bruciando villaggi e uccidendo e catturando giovani e giovanissimi, ragazzi e ragazze, portandoli nella foresta e addestrandoli con ferrea disciplina a odiare, ammazzare e distruggere. Questo hanno fatto per otto anni con un crescendo tragico. Con l'indottrinamento, la droga e la violenza quei giovani sono stati indotti a calpestare ogni valore in cui per tradizione e religione avevano creduto da sempre.
La responsabilità e la dignità personale di quei ragazzi si può dire del tutto annullata. Troppo giovani e troppo sprovveduti per potersi opporre all 'indottrinamento. Sono arrivati a divertirsi con la sofferenza e l'umiliazione della loro gente.
Ho sognato di ritornare in Sierra Leone e di spendere là tutto ciò che rimane della mia vita, invece mi ritrovo in Italia . Ma non posso dimenticare l'enorme tragedia di quel popolo gentile e pacifico, tradito da alcuni dei suoi figli e da potenti forze occulte internazionali. I Saveriani comunque, quelli con cui ho condiviso questi ultimi dodici anni, sono tornati là. La loro missione è particolarmente quella di far sentire ai poveri e umiliati che Dio li ama perché sono suoi figli.
I missionari continuano a camminare faticosamente con chi di fatica, di sofferenza e di umiliazione ne ha un carico intollerabile. Così nella solidarietà con chi rimane anche il mio sogno continua .








