P. Carlo Mantoni: un lavoratore indefesso
Chiamato al riposo eterno a 56 anni, in Amazzonia
La sua breve storia è racchiusa nelle due date terminali: nato a Corinaldo, Ancona, nel settembre 1942; morto ad Abaetetuba, Amazzonia, il 4 giugno scorso, mentre si recava in macchina ad una cappella della parrocchia per celebrare la S. Messa.
Dal seminario di Senigallia entrò nel noviziato Saveriano accompagnato dalla benedizione dei genitori, che avrebbero preferito averlo prete diocesano: “Se piace a te, basta: sia fatta la volontà di Dio”. Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 13-10-1968. Ha trascorso circa nove anni nella casa di Brescia, come assistente degli studenti e come economo. Qui ha potuto rodarsi e prepararsi per la grande avventura nell’Amazzonia.
Persona simpatica che ti resta indelebile anche se l’hai incontrata una sola volta. Di straordinaria vitalità e vivacità, mai fermo, sempre intento a far qualcosa, a progettare e controllare; stava male vestito a festa; non si sentiva a suo agio con le mani in mano. Lo trovavi spesso col suo immancabile cappellino da lavoro, poco lontano la sua auto col motore sempre sul chi va là, pronto a partire a razzo per qualsiasi impegno.
Era un uomo dalle decisioni improvvise. Ho fatto con lui parecchi chilometri in macchina; guidava bene, ma aveva la sua sicurezza e se non ti sintonizzavi con lui certe volte avresti rischiato il cosidetto “cuore in gola”, accompagnato da un sonoro suo scoppio di risa.
La sua generosità era straordinaria: sempre pronto ad aiutare chiunque ne avesse bisogno, anche se ciò comportava sacrifici personali. Mai visto col muso lungo; anche quando qualcosa non filava liscia, sapeva sorridere e con una battuta cercava di tenere per sé il cruccio. Era un piccolo genio di praticità; aveva l’arte e il buon senso dell’arrangiarsi; con un niente faceva grandi cose; la vera stoffa del missionario tuttofare. Difficile vederlo scoraggiato.
Finito il suo impegno a Brescia, fu destinato all’Amazzonia, dove profuse ogni energia, secondo il suo carattere. Ricordo d’averlo incontrato in Italia dopo il primo infarto (fine del ’91); stava benino, e già progettava il suo ritorno in Amazzonia. Lo pensavo un pochino preoccupato; ed invece mi trovai di fronte ad un fratello che pestava i piedi per ritornare quanto prima nel suo campo di lavoro: “Là mi aspettano – mi diceva – e qui ormai non ci sto volentieri; sono disoccupato!”.
Ottenne di ritornare alla fine, e gli fu affidato il compito di direttore spirituale nel seminario della diocesi. Il missionario è un combattente e finchè c’è respiro si deve lottare. Uno deve essere missionario con tutte le sue doti: è la totalità che conta. Per questo quando p. Carlo era a Brescia, pur tra tanti impegni, trovò pure il tempo e l’energia per frequentare la facoltà di magistero, e in Amazzonia ne sperimentò in tanti modi la validità.
Si riteneva il portatore di Cristo: un Cristo Via, Verità e Vita, vissuto esemplarmente in prima persona e portato agli altri con la testimonianza totale della propria vita. Amava la natura; gli amici che l’andarono a visitare in Amazzonia hanno foto ed episodi che testimoniano questa sua passione fatta di rispetto e tanta sensibilità.
Gli stessi amici ricordano la sua discrezione e il suo affetto; quando ritornava dall’Amazzonia si sottoponeva a lunghi viaggi per incontrarli, star con loro e farli partecipi delle sue ansie, anche di avventure vissute nella foresta amazzonica o negli interminabili viaggi in barca lungo i fiumi della regione in cerca dei suoi fedeli.








