''Nuovi acquisti'' per la missione, Intervista a p. Oliviero
Padre Oliviero Ferro ha lasciato Salerno e da metà giugno ha raggiunto Taranto per continuare la sua missione. Prima che facesse le valigie, lo abbiamo intervistato per fare un bilancio della sua esperienza.
Quanto tempo sei stato a Salerno?
Sono arrivato a Salerno nel 2008. Ho sempre cercato di partecipare agli incontri della forania di Salerno centro e ai ritiri mensili in seminario; così come ero presente anche al convegno diocesano annuale. Nel mio piccolo, ho cercato di far conoscere la presenza dei missionari, sia parlando (nelle omelie, nelle scuole, alla mostra interculturale), sia con articoli sui giornali e nelle partecipazioni alle trasmissioni di Radio Stella e Telediocesi, come pure nel centro missionario diocesano e regionale.
Cosa porterai con te dell'esperienza salernitana?
Naturalmente porto nel mio bagaglio, nello zaino, tante cose belle. Prima di tutte, la possibilità di aver potuto scrivere e far conoscere le realtà missionarie attraverso i mezzi di comunicazione (giornale, radio, televisione) della diocesi. Poi non posso dimenticare la bellissima esperienza con il mondo scout, sia nel gruppo che nella zona Salerno (con gli incontri zonali, regionali e nazionali).
Ci sono anche le mostre interculturali, organizzate nella casa saveriana di Salerno e gli incontri con le scuole che sono venute a visitarla. È stato bello vivere il ritiro mensile per un anno presso le suore dell'Usmi, che ha aperto alla conoscenza di tutte le congregazioni maschili e femminili e delle varie realtà religiose diocesane. E che dire delle bellezze artistiche e storiche della città di Salerno e di tutta la Campania?
Che suggerimenti daresti a chi resta qui?
Potrei riassumere i suggerimenti in uno solo: sentirsi pienamente parte della realtà in cui si vive, sia nelle cose positive che in quelle che si possono migliorare. Io ho cercato di fare del mio meglio. Agli altri toccherà dire se qualcosa di buono rimane.
Cosa vuol dire essere missionario in Italia?
Credo significhi vivere e far vivere il carisma missionario, cioè dobbiamo andare dappertutto ad annunciare il messaggio di Cristo (ce lo ha ricordato anche papa Francesco), senza aver paura della novità. Bisogna andare avanti, lasciarsi condurre dallo Spirito. Insomma, non essere "cristiani da salotto".
E per un saveriano?
Vivere e rendere attuale l'esperienza di vita di san Guido Conforti, fondatore dei saveriani. Lui, vescovo diocesano, ha fondato una famiglia missionaria ed è stato, con p. Paolo Manna, fondatore dell'Unione missionaria del clero. Significa realizzare il suo sogno - "fare del mondo un'unica famiglia" - perché è "la carità di Cristo che ci spinge" dappertutto. Vuol dire soprattutto essere contenti di essere cristiani, testimoni, tifosi di Gesù, facendo innamorare di lui tanta gente che ci vede innamorati di Lui.
Vuol dire anche avere il cuore grande, aperto al mondo. Certo, noi siamo con il cuore in Africa, in Asia e America latina. Ma naturalmente, restando in Italia, facciamo "la campagna acquisti" per la missione. Siamo cittadini del mondo e non abbiamo paura che il mondo entri in casa nostra, perché "il mondo è casa mia".








