Novant’anni e non sentirli….
Il 22 febbraio scorso abbiamo festeggiato i 90 anni di p. Angelo Berton, detto Cito, classe 1932. Certamente vedendolo con un cappellino colorato e una camicia a scacchi che guida ancora la sua Ford sembra impossibile che abbia tutti quegli anni. Gli abbiamo chiesto il segreto dello spirito giovanile e sempre positivo.
I problemi che ho dovuto superare nella vita sono stati tanti e complicati, soprattutto negli anni 1965-1994 durante le tre guerre civili in Zaire poi Congo RD. Mi sono costruito uno stile di vita dicendomi: “Mai prendere le difficoltà tutte insieme, ma una alla volta, man mano che arrivano. Bisogna affrontarle, quando capitano, una dopo l’altra alla volta e senza affanno”. La vita è una matassa ingarbugliata e, seguendo il filo, piano piano, si organizza un gomitolo. Con questo sistema, mi sono trovato bene e mi sono risparmiato tante angosce.
La decisione di essere missionario è stata presa in gioventù, quando avevo circa 23 anni. Leggevo la vita di Gesù nel Vangelo e mi ha impressionato quel giorno in cui mi sono imbattuto nel racconto di Gesù che resuscita il figlio della vedova di Naim (Luca 7, 11-17). Incontrando una mamma che piange il suo unico bambino, si commuove, quasi piange.
Lui ha tolto il volto della tristezza e lo ha cambiato in gioia dando vita a quel giovane. Gesù lascia tale missione ai suoi amici: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura…”. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: “Nel mio nome scacceranno dèmoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16,15-20).
Anch’io, se penso alla mia missione mi commuovo. I ragazzi arrivavano alla scuola con un pezzo di legno sotto il braccio. Iniziano a scrivere su tavolette di colore giallo-paglierino, ricavate da un legno malleabile di un tipo d’albero. I pochi quaderni di carta che avevamo li utilizzavamo come premio da dare agli studenti migliori di ogni classe alla fine del trimestre. I ragazzi li definivano quaderni di foglie, perché le pagine si presentano flessibili, esattamente come le foglie degli alberi.
Una mattina, attraverso la griglia di bambù della capanna dove vivevo, vedo una bambina di circa otto anni che veniva zoppicando verso la mia capanna. Teneva sotto il braccio un voluminoso rotolo di cui non riuscivo a comprenderne la natura. Per incoraggiarla mi avvicino e le rivolgo il saluto tradizionale: “Jambo rafiki, cioè ciao amica mia. Desideri qualcosa? Come posso aiutarti? Non avere paura. Dimmi che cosa desideri?”. L’involucro che la bambina portava era una bellissima pelle di pitone. Con la testa bassa e con un fil di voce, quasi balbettando, mi risponde: “Mi chiamo Matesso e sono venuta a portarti questo rotolo e in cambio vorrei anche io un quaderno di foglie”.
Rimango sorpreso che la piccola Mateso ritenesse che il suo fagotto fosse un oggetto senza valore, rispetto ad un quaderno di 16 pagine. Invece, il valore di un quaderno era proprio niente in confronto a una stupenda pelle di pitone lunga e larga. Allora, le faccio uno scherzetto, ma a lieto fine.
Faccio finta, all’improvviso, di non essere più d’accordo nel darle ciò che avevo promesso. Le dico: “Non sono più d’accordo nel darti in cambio della pelle un quaderno come ti avevo promesso”. All’udire queste mie parole, rimane in silenzio e delusa. Il sorriso iniziale si spegne sul suo volto e abbassa la testa quasi piangendo.
Appena mi sono accorto che la delusione della piccola era arrivata al massimo, mi rivolgo nuovamente a lei per ravvivarle la speranza dicendole: “Cara Mateso, veramente tu non meriti un quaderno. Voglio dirti che non meriti un quaderno… soltanto. Ma molti di più, anzi due o tre, quattro, cinque quaderni”.
Man mano che il conteggio saliva, vedevo che anche il volto di Mateso si riapriva al sorriso, mostrandosi felice, come fosse diventata improvvisamente la bambina più fortunata del mondo. Anch’io gioivo nel vederla tutta sorridente e felice. Ero molto contento e ho capito che vale la pena essere missionario solo per far felice tanti bambini.
Mi viene in mente un altro episodio. Le tasche del missionario sono sempre piene di caramelle o dolciumi. Quel giorno non ne avevo proprio più e il piccolo Musafiri con la sorellina si erano presentati davanti alla mia capanna dicendomi: “Anche a me! Anche a me una caramella!”. Non sapevo che fare per accontentarlo. Fortunatamente, mi viene un’ispirazione.
Forse, nei vecchi pantaloni ne era rimasta qualcuna. Esco con una caramella rossa in mano e cerco di attirare l’attenzione anche degli altri ragazzi che stavano giocando. Urlo: “È l’unica caramella rimasta e la diamo al più piccolo. Forza venga il più piccolo. Dove è il più piccolo?”. I ragazzi rispondono, quasi in coro: “Musafiri è il più piccolo”. Allora, mi avvicino al bambino e mi inginocchio per mettermi alla sua altezza. Tutti i bambini smettono di giocare e fanno un cerchio attorno a noi.
Consegno la caramella nelle mani di Musafiri, attento a che nessuno gliela porti via. I più grandi cominciano a dare consigli, indicandogli come liberare la caramella dalla carta. La sorellina interviene per aiutarlo a scartocciarla. Poi Musafiri stringe tra le dita la caramella esitando a mettersela in bocca. Non si fidava. Tutti lo incoraggiano: “Non aver paura. Mettila in bocca!”. Gli occhi dei compagni erano fissi su di lui. Finalmente, Musafiri tocca la caramella con la lingua e grida: “È dolce!”.
Di seguito, Musafiri prende la caramella nelle sue mani e si avvicina a tutti gli altri bambini facendola leccare. Il piccolo Musafiri, con una sola caramella, ha saputo far felici tutti i ragazzini presenti nel villaggio di Kalembe. Quando, con il buio, il silenzio scende sul villaggio, il gesto del piccolo Musafiri mi porta a riflettere.
Avevo avuto la fortuna di assistere ad un momento di condivisione offerto dal bambino più piccolo e più povero del villaggio. Tutto ciò mi ha permesso di comprendere come sia possibile, anche con le pur minime cose che abbiamo a diposizione, trovare il modo di regalare un po’ di gioia a quanti vivono attorno a noi.







