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Mario Juruna, l'indio che voleva capire gli imbrogli dei bianchi
Mario Juruna, l’unico indigeno brasiliano ad essere stato eletto deputato, è morto all’età di 58 anni il 17 luglio scorso. Apparteneva al popolo Xavantes, uno dei più consistenti gruppi indio del Brasile, nella regione nord del Mato Grosso, non lontano da Brasilia. Il gruppo, che vanta un carattere forte ed una cultura prestigiosa, era stato avvicinato per la prima volta dai bianchi nel 1948. Anche per merito del paziente lavoro dei salesiani, gli Xavantes si distinguono per il buon livello di istruzione, per l’impegno sociale dei loro leader e la loro capacità di convivere in mezzo a culture e situazioni che sono loro storicamente estranee.
Juruna era nato nel 1942. Appena diciassettenne, decise di lasciare il proprio villaggio per conoscere personalmente la vita dei bianchi: per vari anni si mise a lavorare nelle fazendas, spostandosi da un posto all’altro tra stenti e difficoltà. Tornato tra la sua gente, dopo qualche tempo, ormai trentenne, lavorò instancabilmente nella Funai di Brasilia, la Fondazione nazionale degli Indios, rivendicando i diritti degli indigeni. Portava sempre con sé un registratore, "per registrare tutto quello che dicono i bianchi", era solito dire.
Affermava: "La terra è l’unica ricchezza che l’indio possiede nella vita; senza terra, egli è come un verme, come un cane randagio, costretto alla tristezza. La nostra gente deve capire come mai il bianco cerca sempre di imbrogliare per prendersi le nostre terre". Anche l’Osservatore della Domenica si domandava con rammarico come mai "il progresso del Brasile dovesse avere un costo umano ed ecologico così alto: l’estinzione degli Indios" (agosto 1972). Nella sua lotta, Jununa era appoggiato anche da personalità colte ed sensibili come il grande antropologo e senatore Darcy Ribeiro, morto nel 1997.
Eletto deputato nel parlamento nazionale, dal 1983 al 1987, acquistò prestigio in Brasile e nel mondo intero, specialmente per aver creato e presieduto la Commissione parlamentare permanente degli Indios, portando all’attenzione di tutti i gravi problemi delle popolazioni indigene. Purtroppo, come non raramente accade in politica, anche Jununa si era lasciato gradualmente prendere dall’andazzo dei compromessi, isolandosi dalle organizzazioni di base - come l’UNI, l’Unione delle Nazioni Indigene, ed altre - e lasciando inattese le istanze della gente che l’aveva appoggiato e sostenuto. A fine mandato, Juruna non fu rieletto. Abbandonato perfino dalla sua gente e ridotto in miseria, passò gli ultimi cinque anni non lontano da Brasilia su una sedia a rotelle fino alla morte prematura, per complicazioni renali.
Mario Juruna era diventato cristiano e difendeva la fede cattolica anche di fronte a studiosi ed antropologi che invece sostenevano che gli indigeni avrebbero dovuto restare ancorati al passato, conservare intatte le proprie tradizioni e riti, senza cambiare la propria identità.
Da notare che proprio tra gli Xavantes p. Angelo Pansa sta portando avanti da anni il progetto di riforestazione di un’ampia zona, ridotta a desolante prateria da sfruttatori e commercianti senza scrupolo.
Del progetto ne hanno parlato ampiamente questo giornale, Missione Oggi, Famiglia Cristiana, quotidiani, radio e TV.
In margine alla "Giornata Mondiale della Gioventù": Il Canada chiude le porte all’Africa?
A Toronto, per la Giornata mondiale della Gioventù (23-28 luglio), erano tanti, tantissimi. Ma avrebbero potuto essere anche di più. Tanti giovani non hanno ricevuto dal Canada il permesso di ingresso.
Un caso eclatante: dodici giovani sierraleonesi, che avrebbero dovuto essere accompagnati da due sacerdoti locali e da mons. Giorgio Biguzzi, vescovi di Makeni, hanno atteso e sperato fino all’ultimo, ma è stato loro negato il permesso di entrare in Canada. La motivazione sarebbe che i giovani avrebbero approfittato del viaggio all’estero per abbandonare il Paese d’origine. "Le autorità canadesi – ha affermato il vescovo saveriano all'Agenzia Misna- hanno concesso il visto solo a me e ai due sacerdoti, dicendo che eravamo gli unici del gruppo ad offrire sufficienti garanzie per il rientro in Sierra Leone". Alla fine, a Toronto c’è andato solo il vescovo (il meno giovane!); i due sacerdoti, per protesta contro il boicottaggio e per solidarietà con i giovani, hanno rinunciato al permesso loro concesso.
Conosciuto per il suo impegno nel processo di riconciliazione tra le varie fazioni che hanno insanguinato la Sierra Leone nel decennale conflitto, Mons. Biguzzi è solito viaggiare all'estero con ragazzi sierraleonesi. Molti ricorderanno che durante il Giubileo del 2000 aveva accompagnando a Roma un gruppo di ex-ragazzi soldato che incontrarono il Papa. "Mi stupisce – ha detto il vescovo- che nell’epoca della globalizzazione vengano erette delle barriere invalicabili che impediscono ai giovani della Sierra Leone di condividere la loro esperienza di fede dopo 10 anni di guerra. Proprio ora che incominciamo a vivere in pace, qualcuno ha guastato la nostra festa".
Ci si può domandare, è stato solo un incidente di percorso?
Oppure è un segnale di una nuova politica verso l’Africa, che arriva a limitare anche i permessi per partecipare a manifestazioni religiose? (p. Giorgio Beretta, sx)
Ciad - Camerun: la chiesa stia al suo posto!
Abderamham Moussa, un ministro del governo del Ciad ha accusato la Chiesa Cattolica di fare ingerenza nella politica del paese. I vescovi del Ciad avevano organizzato un corso di formazione per osservatori elettorali, volontari che vigilano sulla regolarità delle elezioni amministrative e politiche. Il ministro sostiene che la Chiesa Cattolica, organizzando questo corso formativo, "semina confusione e crea dubbi nelle mente dei credenti sulla vera missione delle religioni. Con questa attività la Chiesa Cattolica é arrivata ad un livello intollerabile". Il ministro mette in guardia i responsabili della Chiesa Cattolica di questa deriva che tende a inculcare idee politiche nei semplici fedeli e li richiama ad occuparsi di riavvicinare gli uomini a Dio e di annunciare la ‘Buona Parola’.
La chiesa ha risposto alle accuse di presunta ingerenza nella politica nazionale attraverso il presidente della commissione Giustizia e pace, mons. Mathias N'Gartéri: "La chiesa organizza i corsi di formazione per contribuire alla ricostruzione e alla pace nel paese". Egli ha anche ricordato che la Chiesa era stata incoraggiata dalle stesse forze politiche del Ciad, dopo il lungo periodo di dittatura, ad avere un ruolo attivo nella vita del paese e nella creazione di istituzioni democratiche.
Anche in Camerun, l’atteggiamento delle autorità civili verso la chiesa cattolica, da qualche tempo, si sta inasprendo. L’ultima scaramuccia è avvenuta in occasione delle ultime elezioni (fine giugno ’02), con il 50% di astensioni e vari sospetti di brogli. Il cardinale Christian Tumi, arcivescovo di Douala, aveva commentato: "Nel nostro paese non c’è mai stata finora un’elezione che si possa definire democratica". Chiesa e governo avevano preparato osservatori locali per sorvegliare sulla regolarità delle elezioni. "L’intento era buono: invece di far venire osservatori dall’estero, che costano tanto, perché non prepararne qui sul posto?" - commenta p. Pierino Zoni, superiore dei saveriani in Camerun-Ciad.
Il cardinale aveva ricevuto un caloroso benvenuto dalla gente e dal governo, al suo arrivo in diocesi. Ma poi, quando il cardinale ha incominciato a parlare chiaro, sulla base della realtà dei fatti, è stato criticato e isolato. Si vorrebbe che si occupasse solo di cose spirituali.
"Anche la chiesa ha il dovere di formare la gente all’onestà" - sostiene il cardinale.








