Missione Giovani: Se rovesciamo le domande…
Cari amici, dopo un anno di pausa per lasciar spazio a san Guido Conforti, torna la rubrica "Missione Giovani", che per tutto il 2012 avrò il piacere di seguire. In realtà, protagonista di questi racconti non sono io, ma voi, che sento come compagni di viaggio.
Quest'anno ancora di più, perché abbiamo deciso di cambiare un po' le modalità di questa rubrica, interpretando alcune richieste che ci sono arrivate: vogliamo puntare sulle vostre domande, per rendere la rubrica più... interattiva, dialogante, interessante. Cosa c'è di meglio, infatti, dei pensieri, delle preoccupazioni, delle speranze dei giovani, come spunto per parlare di ciò che accade intorno a noi, delle difficoltà di una vita di fede, dell'urgenza di essere missionari oggi?
Perciò attendiamo i vostri contributi, per creare un piccolo blog tra noi giovani sulle colonne di "Missionari Saveriani". Non abbiamo i mezzi per creare forum rapidi e continui, ma non è detto che un argomento si esaurisca in una puntata, anzi. Se il dibattito è interessante, è giusto riprenderlo e approfondirlo, senza del resto pretendere di avere in mano la verità.
Intanto, iniziamo l'anno con due domande impegnative, che ho raccolto durante un bel confronto, in occasione della canonizzazione di san Guido Conforti, a Roma. Le ho sentite rivolgere a un missionario, durante una pausa di quelle intense giornate.
Un cristiano vero deve essere gioioso! E chi è triste?
Il dialogo era privato. Non ho potuto ascoltare la risposta: avrei fatto la figura dello spione. Ma avrei voluto essere una mosca per girare attorno a quei due e ascoltare il dialogo. Poi, ho rivolto a me stesso la domanda, e ho pensato che anche un credente senza la... tonaca dovrebbe essere in grado di rispondere, magari ribaltando la domanda.
Spesso, sbagliando, viviamo la fede come un codice della strada; come un elenco di cose che non possiamo fare, che limitano il nostro campo d'azione e che ci danno brivido solo se le trasgrediamo. Che brutta immagine! Essere cristiani significherebbe vivere da mortificati, da persone tristi. Ma chi l'ha detto, chi l'ha scritto?
Ve lo immaginate un missionario incavolato nero, mai sorridente, sempre pronto a sottolineare i problemi, a rassegnarsi alle prime difficoltà? E noi giovani, se non vivessimo con gioia il nostro essere cristiani, la preghiera, la Messa, l'incontro con gli altri, saremmo davvero dei frustrati! Entrare in chiesa senza il broncio, fermarsi a parlare con chi ha bisogno di conforto, superare la tristezza stando un po' con Dio: è un buon inizio per essere cristiani giovani e belli. Che ne dite? Come fate a vivere e dispensare la gioia?
Come faccio a riconoscere Gesù nella sofferenza?
Qui bisognerebbe avere la possibilità di usare le... intercettazioni telefoniche. Non sono in grado di rispondere, perché la sofferenza e il dolore sono davvero un mistero inspiegabile. Però, anche in questo caso, ribalterei la questione. Perché dovrei riconoscere Gesù nelle situazioni di successo o di gioia? Solo perché mi va bene? È come se io avessi in mano il telecomando su Dio: se s'inceppa sono dolori.
Io credo che Gesù ci sia vicino sia quando ci gira bene, sia quando sembra non ci siano vie d'uscita. M'immagino che Lui stesso mi metta sulle spalle uno zaino, che a me può sembrare pesante, insopportabile. Ma se penso che là dentro c'è anche Lui, il mio cammino sarà meno faticoso e forse riuscirò a mettere le ali ai piedi.
Sono proprio i missionari a insegnarcelo: sofferenze, dolori e guerre sono vincitori apparenti. Là dove sembra sia tutto perduto, c'è ancora un motivo per continuare a vivere la fede.








