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Missione famiglia: Un pellegrinaggio cambia la vita

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di: Mario ed Egle Sberna.

All'inizio, appena innamorati, Dio non esisteva nei nostri discorsi. Avevamo noi stessi e i nostri volti, i nostri sorrisi e baci, e ci bastava. Ma poi, pian piano e sempre più esplicitamente, abbiamo iniziato a chiederci la ragione della fede che avevamo imparato dalle nostre famiglie e che non praticavamo. A meno che per praticare non s'intenda partecipare in modo svogliato alla Messa domenicale; oppure battesimo, comunione, cresima, matrimonio..., intesi come festa, pranzo, regali, luna di miele, in perfetto stile occidentale e consumistico. La religione ridotta a bene di consumo, a festa pagana.

Parlando tra noi o, meglio, lasciando parlare Lui in noi, abbiamo cercato di dare un senso alla nostra esperienza di giovani innamorati. Cosa vogliamo costruire insieme? Dove vogliamo sbarcare? Una piccola esperienza di qualche giorno in un eremo, consigliataci da un prete con il quale ci confidavamo, ci ha permesso per la prima volta di lasciar entrare Qualcuno fra noi due.

C'è sempre un mistico alla base di ogni conversione: Dio ci incontra per mezzo di altri suoi servi, docili alla sua Parola.

Abbiamo scoperto di essere sempre stati amati, desiderati, accolti. E abbiamo preso davvero coscienza del sacramento che avremmo celebrato: il nostro amore è espressione dell'amore di Dio; perciò non può restare ristretto ai nostri due angoli: doveva anche accogliere Dio e quindi i fratelli. Da questa consapevolezza è nato il desiderio di fondare il nostro matrimonio sul dono.

Siamo così approdati al gruppo missionario e alla scelta del volontariato internazionale. Tremavamo all'idea di partire con il nostro piccolo e desiderato primogenito Francesco, arrivato dopo cinque anni d'attesa. Eravamo una coppia "ad alto rischio sterilità" e Francesco era già un piccolo miracolo. Se gli fosse successo qualcosa? Tremavamo, ma siamo partiti.

In missione abbiamo compreso che è nel servizio che accade il divino. Di fronte non alla parola "povertà", ma alla fisica presenza dei nomi che la delineano, non ci siamo più chiesti, "chi è Dio?", ma abbiamo avuto la risposta alla domanda, "dov'è Dio?". La Croce è nel povero. Per incontrarla non basta "vedere" i poveri, ma occorre compromettersi con loro.

Altrimenti faremmo del "beati i poveri" nient'altro che una benedizione rasserenante alle vittime dei soprusi della storia.

Sono stati anni intensi quelli della missione in Brasile: gioia e speranza, sofferenza e fatica. Abbiamo anche cercato inutilmente un fratellino o una sorellina per Francesco. Così, un bel giorno di sole, con i nostri amici siamo andati in "romaria", cioè in pellegrinaggio per chiedere la grazia: un santuario mariano nella foresta Amazzonica (in pratica, una statuetta della Madonna dentro una baracca di fango e frasche).

Come si fa nei pellegrinaggi, anch'io dissi a Maria che se avesse ascoltato la nostra supplica, l'avrei ricompensata con la fatica di 100 chilometri a piedi nudi recitando il rosario. Maria ascoltò la nostra supplica facendoci un dono grande: l'adozione di Daniel, abbandonato alla nascita sulla porta di casa della suora con la quale lavoravamo in Brasile.

Tornati in Italia, con Francesco pronto per le elementari e Daniele pronto per conoscere nonni e zii, abbiamo deciso di onorare la promessa fatta. Da casa al santuario di Caravaggio (BG), sono 50 chilometri giusti. Ma Egle non voleva che li facessi da solo: "Maria sarà felice se ne facciamo 50 a testa, così salderemo la tua promessa insieme. Tua sorella ci verrà a prendere per il ritorno". Siamo partiti di buon mattino, facendo ciò che dovevamo fare. Giorno più giorno meno, nove mesi dopo Egle ha partorito Marialetizia. Mica male per una coppia giudicata "altamente sterile".

Ma il fatto che Egle aveva tolto parte della mia fatica per Maria, non mi lasciava in pace. Così, ho deciso di fare i miei ultimi 50 chilometri. Da casa al santuario mariano di Adro (BS) sono giusti 25 chilometri: andata e ritorno, e sarebbe fatta. Anche quella volta però Egle fu irremovibile: "Vengo anch'io; tua sorella ci verrà a prendere per il ritorno". Giorno più giorno meno, nove mesi dopo è arrivato in casa Nico, che lasciava la comunità alloggio dov'era relegato da due anni.

Ora i figli erano quattro, ma a me mancavano ancora 25 chilometri. Un giorno di sole, giusto cinque anni dopo Caravaggio, siamo partiti ancora per Adro. Mia sorella sarebbe venuta a prenderci per il ritorno. E così, ancora una volta, giorno più giorno meno, nove mesi dopo è venuta alla luce Aurora. Mica male per una coppia "altamente sterile".

Certo, sono solo coincidenze. Eppure, nel sorriso dei nostri figli, chissà perché, io ed Egle continuiamo a vedere il sorriso di Maria.



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