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Missionario, uomo dell’incontro: La storia di p. Costa

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 Il primo dicembre scorso nella casa saveriana di Alzano si è svolta la tradizionale giornata missionaria sacerdotale. Da qualche anno la giornata è associata alla festa di san Francesco Saverio, patrono delle missioni, ed è realizzata insieme al centro missionario diocesano. Il tema scelto era: "Dalla missione per la missione".

Un racconto emozionante

Abbiamo dato spazio all'esperienza di un cristiano di una nuova chiesa, quella del Bangladesh, che è diventato missionario per portare il dono della fede ad altri fratelli lontani che ancora non conoscevano la Buona Novella; nel suo caso, gli abitanti della Costa d'Avorio.

Il protagonista di questo stupendo cammino "da evangelizzato a evangelizzatore", è stato padre Gabriel Amal Costa, missionario bengalese del Pime, che attualmente è rettore del seminario teologico del Pime di Monza. La sua testimonianza è stata davvero toccante.

Il racconto ha preso inizio dalla sua formazione cristiana, avvenuta nella semplicità della sua famiglia, attraverso i racconti della mamma e la preghiera del rosario fatta alla sera nella sua capanna. Una formazione che è cresciuta nella piccola comunità cristiana, un'isoletta sperduta nel mare musulmano (in Bangladesh i cattolici sono meno dell'uno per cento), fino ad arrivare alla scelta di diventare missionario, affascinato dalle figure dei missionari italiani che vivono in quella nazione.

Desiderosi di conoscere

La sua decisione lo ha portato a uscire dal suo ambiente, dalla sua nazione, dalla sua cultura. È arrivato in Italia per completare gli studi. Dopo l'ordinazione sacerdotale, è partito di nuovo per l'incontro con un'altra cultura, un'altra lingua e un'altra nazione: quella dell'Africa nera in Costa d'Avorio.

Il missionario è l'uomo dell'incontro, del farsi piccolo per imparare e conoscere nuove realtà nelle quali incarnare il messaggio evangelico, come ha fatto padre Gabriel nella sua vita. Non si possono certo nascondere le difficoltà incontrate, le amarezze e le sofferenze patite.

Ma le cose che hanno colpito di più in lui sono queste: la sua riconoscenza verso i missionari che gli hanno donato la fede cristiana, l'esperienza di vita comunitaria nella sua famiglia religiosa, la gioia nel condividere la fede con i suoi fratelli africani, la sua profonda unione con il Signore nella preghiera e nell'ascolto della parola di Dio, la sua grande umanità e capacità di accettare gli altri, sia europei che africani.

Sacerdoti "missionari"

Dopo la sua testimonianza, si è aperto un dibattito interessante. Tra gli aspetti emersi, mi piace sottolineare la richiesta di uno dei partecipanti che ha ricordato la necessità di una formazione missionaria per i sacerdoti diocesani, come momento di arricchimento personale e, soprattutto, in vista della sfida che ormai è presente nel nostro territorio: l'evangelizzazione ai non cristiani che vivono in mezzo a noi e l'integrazione dei cristiani provenienti da altre culture.

Di fatto la chiesa deve accogliere tutti, ma bisogna imparare, come ha detto padre Gabriel, a diventare di nuovo bambini, sempre desiderosi di conoscere, capire, comprendere; e senza essere presuntuosi nel pensare che noi sappiamo tutto.

Grazie padre Gabriel, per aver condiviso fraternamente la tua esperienza di fede con noi. Noi cercheremo di fare tesoro di quello che ci hai comunicato.



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