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Marzo, mese di confusione e incertezza

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Un proverbio dice che a marzo "è l'incerto che prevale qui da noi: tutto traballa e pur resta sempre uguale! V'è chi suona e v'è chi balla, v'è chi spende e v'è chi spande; una cosa tira l'altra ... ". Se a marzo fai quattro passi fuori casa devi far ben i tuoi conti; potrebbe soffiare lo scirocco, come il vento gelido del nord; anche il sole splendente non è affidabile: potrebbe essere in balia della metereologia del pazzo marzo.

Anche oggi, sbirciando dalla finestra, scorgo all'orizzonte nuvoloni neri come l'inchiostro; chissà che cosa combinerà!

La stessa capricciosità umorale permea la vita e la psicologia della nostra moderna società; la Jugoslavia fino a qualche anno fa sembrava una unione fraterna di popoli; poi, improvvisamente, tutto si frantumò in una lotta fratricida crudele e spietata. Congo, Burundi, Sierra Leone, Indonesia, fino a qualche anno fa erano nazioni tranquille, pur con problemi sociali da risolvere aperte al regno di Dio. Tante speranze in pochi giorni sono sfumate. Perché?

Sono enormi catastrofi che coinvolgono milioni di persone. Ci siamo ormai abituati alla visione di masse di profughi,  alla notizia di inumane mattanze, con relative fosse comuni; milioni di persone sono alla ricerca di pace, di rispetto per la persona. Impressiona il numero di profughi che continuano a sbarcare sulle nostre coste, sfidando spesso il mare con il continuo pericolo di tragedie spaventose; tra questi profughi è altissimo il numero di bambini e donne.

È morto tempo fa un mio carissimo amico missionario: vivace, brillante, era uno spasso sentirlo suonare la fisarmonica e cantare. Improvvisamente, il suo "io" ha perso fisicamente il contatto con la realtà esterna; più volte mi son seduto al suo fianco senza riuscire a farmi conoscere; che tristezza!

La stessa sensazione la sperimentai il primo anno d'Africa in Sierra Leone. Andavo spesso al mercato: ero sopraffatto dal chiasso, immerso dalla marea di gente che pigiava, strattonava da ogni fianco; il tutto mi lasciava con l'amaro in bocca, perché non conoscevo la lingua, non riuscivo a comunicare.

Siamo sei miliardi al mondo; il Creatore ci ha progettati diversi uno dall'altro; doveva essere una ricchezza la nostra diversità ed invece è diventata fonte di scontro. La globalizzazione economica sta producendo frutti amari; miseria, fame, disoccupazione, malessere sociale diffuso, incertezza nel futuro. Ci si scontra perfino sui valori base del nostro vivere: la pace con chi progetta la guerra, l'amore con chi vuole risolvere i vari problemi con la violenza, servizio al posto di dominio, fratellanza al posto dell'egoismo.

Ho seguito con passione l'ultimo incontro giovanile di Taizè a Milano; centomila giovani da tutta Europa! Nel grande salone della Fiera li trovai in silenzio. Accovacciati, seduti, inginocchiati; raccolti in preghiera, qualcuno anche per ore. Tra le mani la Bibbia, un breviario, un blocco di appunti. Erano alloggiati nelle famiglie; sono venuti da ogni parte d'Europa a Milano: la preghiera era il loro alfabeto comune; hanno trasformato la grande città industriale in officina silenziosa dello Spirito.

Ci fu lo sforzo di mettersi tutti in trasparenza con l'Assoluto; hanno sperimentato che il perdono di Dio riconcilia e dà grande fiducia. Ha detto Frère Roger: "I giovani devono imparare, ed esperimentare il vivere in un'Europa delle  diversità, unita, fondata sui valori". Quello di Taizè è un movimento nutre idee che spingono i giovani verso la vera primavera: Cristo.



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