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Le animatrici missionarie del nord della Sardegna si sono riunite a Macomer per alcuni giorni di spiritualità, riflessione e preghiera, dall’11 al 15 settembre, nel centro di spiritualità “San Guido Maria Conforti”.

In questo anno giubilare, abbiamo riflettuto sul problema del male, del dolore e della sofferenza. Dio da che parte sta? E io cosa sono chiamato ad essere, a fare oggi nel mondo?

Autore del bene e del male

Nel mondo primitivo ogni cataclisma era considerato un castigo da parte della divinità offesa. E ogni divinità aveva i suoi protetti e la sua specializzazione. Zeus, oltre che il re di tutti gli dei, era anche il dio dei fulmini mediante i quali manifestava il suo volere; Baal era il dio delle tempeste; Venere la dea della bellezza…

Il popolo di Israele ha sempre avuto l’idea di un unico Dio creatore e onnipotente. Nel suo lungo cammino verso la conoscenza di Dio, il popolo ebraico giunse a eliminare ogni altra divinità per adorare un unico Signore, Yavhè.

Ma se esiste un solo Dio, il male allora da dove proviene?

Nei testi più antichi dell’Antico Testamento si presenta il Dio di Israele come autore sia del bene sia del male: “Io sono il Signore e non vi è altri; io formo la luce e creo le tenebre, faccio il benessere e provoco la sciagura, io, il Signore, faccio tutto questo” (Is. 45,6-7).

Le armi del castigo deposte

Ma era insostenibile che Dio, il Creatore, fosse autore anche del male, per cui gradualmente il Signore è presentato solo positivamente. Per discolpare Dio del male si cominciò ad accusare l’uomo: il male diventa così il castigo di Dio per i peccati degli uomini.

Nel libro della Genesi viene smentita l’idea del castigo di Dio. Con la narrazione del diluvio, l’autore corregge la credenza che metteva in relazione fenomeni atmosferici con l’ira divina. Il Signore stesso assicura che: “Non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra” (Gen. 9,12).

A prova di questa verità, il Signore depone le “armi” del castigo: le acque del diluvio che sommersero la terra non avrebbero più condannato l’umanità. L’arco del Signore diventerà il segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità: “Pongo il mio arco sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra” (Gen. 9,13).

Pertanto, non c’è da temere alcun castigo da parte di Dio.

Questo ci porta a collaborare con la sua azione, per rendere il creato sempre più espressione del suo amore, ponendo il bene dell’uomo come unico valore supremo.

La chiesa e noi sempre in missione

Al tempo di Gesù prevale la mentalità secondo la quale l’uomo viene premiato da Dio per i suoi meriti e castigato per le sue colpe. E i bambini allora? Anche il dolore innocente aveva la sua causa. Quando in una generazione vi sono dei giusti, essi sono puniti per i peccati di quella generazione. Se non vi sono giusti, allora i bambini soffrono per il male dell’epoca.

Nel vangelo di Giovanni si legge che, quando i discepoli vedono “un uomo cieco dalla nascita”, chiedono a Gesù se “ha peccato lui o i suoi genitori perché sia nato cieco” (Gv. 9,1-3).

Azioni senza spiegazioni

Gesù non si occupa del problema del male, ma dei malati, e inizia la sua attività liberando e guarendo le persone (Mt. 4,23), smentendo la falsa immagine di un Dio castigatore.

Il Padre è colui che libera dalle malattie e non colui che le invia. Già il Salmo 103 aveva detto: “Egli perdona tutte le tua colpe, guarisce le tue infermità”.

Gesù non chiede agli infermi di accettare la loro malattia come espressione della volontà divina o di offrire a Dio le proprie sofferenze per salvare l’umanità peccatrice.

Gesù, che è la voce di Dio, neppure afferma che queste siano state loro inviate da Dio, come croce da portare per tutta la vita. Gesù semplicemente guarisce. Il Cristo non elabora una spiegazione, una teologia del male o una spiritualità della sofferenza, non dà spiegazioni, ma agisce.

Non teorizza, risana. Là dove c’è morte lui comunica vita, dove c’è debolezza trasmette forza, dove c’è disperazione infonde coraggio.

La creazione continua…

L’uomo è chiamato a collaborare e a portare a compimento la creazione. Per questo, alle autorità giudaiche che lo sgridavano per la mancata osservanza del comandamento del sabato, Gesù obietta: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv. 5,17). La creazione continua e ha bisogno dell’attiva collaborazione degli uomini per realizzare il progetto di Dio sull’umanità (Rm 8,18-22).

San Giovanni nella sua Apocalisse, spiegandoci il senso della vita e della storia, ci sprona: “Se la luce splende nelle tenebre, l’ambito del male sarà sempre più ristretto fino a… scomparire; ed egli sarà il Dio con loro e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Apoc. 21,4).

Il cristiano, la chiesa, l’animatore e l’animatrice missionaria oggi nel mondo continuano l’opera di Gesù attraverso le azioni di misericordia materiali e spirituali. La chiesa (e noi) siamo sempre in missione.

Il pellegrinaggio ad Alghero

Il secondo giorno abbiamo avuto la gioia di vivere il pellegrinaggio al santuario della Madonna di Valverde, ad Alghero, con la grazia speciale di poter baciare il prezioso simulacro.

Nel luogo sacro, dove Maria ha manifestato la sua presenza misteriosa alcuni secoli fa, abbiamo potuto affidare a lei i nostri desideri e raccontarle le nostre sofferenze e preoccupazioni.

Il ritiro si è concluso con una meditazione su la “bisaccia del missionario”, ispirata agli scritti di don Tonino Bello e, infine, con il dono a ciascuna animatrice del crocifisso missionario da portare al collo.

Siamo tornati alle nostre realtà quotidiane con la mente arricchita e aperta al vasto orizzonte dell’evangelizzazione, con un cuore grato per la preziosa opportunità e fiduciosi per il compito che ci attende.

È Gesù risorto che ci dice, con una potenza che ci riempie di immensa fiducia e di fermissima speranza: “Io faccio nuove tutte le cose” (Apoc. 21,5).



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