Lo spigolo della mistica: Signore, dammi da bere
La Chiesa ci fa meditare il grande episodio della Samaritana perché pensa ai catecumeni che durante la Quaresima si stanno preparando al Battesimo, che riceveranno durante la solenne veglia pasquale. Il catecumeno sarà immerso nell’acqua della Fonte che lo purificherà-rifarà, riemergendo immacolato Figlio di Dio, chiamato all’immacolata-santa vita cristiana.
L’acqua sacramentale produce-ciò-che-significa: lava e feconda, disseta e purifica.
Noi pensando con nostalgia alle gloriose fatiche dei missionari, che diventano "veri padri" di cento e cento nuovi Figli di Dio, dovremo fare i conti con la responsabilità che ci pesa sulle spalle per anni e anni di battesimo-cresima-eucarestia.
Pertanto ci raccomanderemo la devozione ad alcune espressioni dell’episodio della Samaritana, che dobbiamo saper capire da-persone-adulte.
La prima frase che ci "tocca" è: "Se tu sapessi il dono di Dio e chi è Colui che ti chiede di bere". Sono parole drammatiche, cariche di sentimenti "indefinibili": lamento? richiamo? minaccia? Come sarebbe quello di una madre che dice al figlio: "Se tu sapessi quanto mi sei costato".
Parole cui fanno eco quelle del pianto di Gesù su Gerusalemme: "Gerusalemme, Gerusalemme, se tu sapessi…". Parole cariche di mistero? sconforto? castigo? Che devono risuonare drammaticamente sulla nostra coscienza di persone "adulte", perché dobbiamo ritenerci anche noi nel numero di coloro che sono l’oggetto del dolore e del pianto di Cristo; perché anche noi, nonostante i tanti anni di Battesimo "tradiamo" il Vangelo di Lui, ancora siamo vittime dell’avere-godere-potere.
Ancora ripetiamo a Cristo, che ci invita a bere l’"acqua-viva": "Ho preso moglie, ho comprato cinque paia di buoi, mi sono fatto una villa, perciò non posso venire". Ancora non abbiamo fatto l’esperienza "soavissima" dell’"acqua–viva" soavissima!
Queste benedette parole che ci farebbero "riposare" non producono ancora nell’anima nostra ciò che significano e perciò siamo ancora carichi di crisi e di problemi, di malumori, di preoccupazioni, di scontentezze. Cristo continua a gridarci: "Chi berrà di quest’acqua avrà ancora sete". Ma noi, "stolti e duri di cuore" a credere, non abbiamo neppure la forza di gridarGli: "Oh Signore, dammi sempre di quest’acqua!".
Ma c’è un’altra scena che ci mette una nostalgia infinita nell’anima: è quella brocca piantata là, "vuota", davanti a Cristo; è quella donna che scappa via di corsa, tutta "miracolosamente" ripiena di quell’"acqua-viva", che corre dai suoi concittadini e grida tutta impazzata: "Venite, vi faccio conoscere un uomo che mi ha detto tutto".
Quella "brocca", là, sola, abbandonata, vuota, diventa "il" protagonista della scena; perché rappresenta il povero uomo "nudo-abbandonato", pieno solo del suo pauroso-formidabile "vuoto", perché, mancandogli Gesù, gli manca l’"acqua-viva", cioè "tutto": povero uomo, senza difese in balia dell’avere-godere-potere, che si dibatte tra le loro spire velenose, sulla barca nel mare di Galilea in tempesta, ma senza Gesù.
Come vorremmo imitare il grande gesto "liberatore" della Samaritana, che si è "liberata" di tutto ed è scappata via di corsa a comunicare la buona e "liberatrice" notizia dell’"acqua-viva"!







