Esperienza missionaria in Messico: Ricordi e impressioni
Tema del "Paginone" di questo numero: "Appunti di alcune esperienze estive in missione"
Dal 2 al 30 luglio scorso, una decina di studenti di teologia di Novara, Pisa, Livorno e Potenza ed un diacono permanente di Milano hanno visitato il Messico in un viaggio organizzato dalla Pontificia Unione Missionaria. Ecco il racconto della loro esperienza, scritto da p. Stefano Berton, organizzatore del viaggio e Segretario Nazionale della Pontificia Unione Missionaria (PUM).
La nuova "Tenochtitlàn": Città del Messico
Affascinante, sconfinata, contaminata, la più popolosa città del mondo con i suoi venti milioni di abitanti, più efficiente di Roma nella frequenza dei suoi metrò dalle silenziose ruote di gomma, costruita sul fondo di un lago prosciugato, dove Cortés fu ricevuto come il dio che doveva perpetuare la gloria degli Aztechi.
Una sintesi della storia e realtà messicana chiama l’attenzione nell’iscrizione marmorea della "Piazza delle tre culture": "Il 15 agosto 1531 eroicamente difeso da Cuauhtemoc cadde Tlatelolco nelle mani di Hernan Cortes. Non fu né un trionfo né una sconfitta. Fu la dolorosa nascita di un popolo meticcio che è il Messico di oggi". Le tre culture parlano con il linguaggio delle pietre: i ruderi di un tempio azteco, una chiesa dell’epoca coloniale, dove si conserva il battistero dell’indio Juan Diego, testimone del messaggio guadalupano, la fuga monotona delle centinaia di finestre che ospitano il Ministero degli Esteri.
Cuore spirituale della capitale e della nazione è la nuova e moderna basilica di Nostra Signora di Guadalupe, inaugurata dall’attuale pontefice nel suo primo viaggio missionario agli inizi del ’79. Scrivono i vescovi messicani: "Le apparizioni della Vergine Maria all’indio Juan Diego nel 1531, più che un avvenimento del passato, sono per noi una realtà: la presenza materna della Vergine Maria che annunzia Cristo e che accompagna in modo permanente il nostro popolo intercedendo per noi. Il fatto guadalupano è un elemento essenziale per capire l’origine e lo sviluppo della nazione messicana nel corso della storia".
Nell’impossibilità di percorrere il Messico nella sua estensione geografica (più di sette volte quella dell’Italia) il museo di antropologia te lo fa conoscere come un "popolo di popoli" nella varietà e ricchezza delle sue culture. Cimeli archeologici, filmati e fedeli ricostruzioni sono spesso accompagnati da chiavi di lettura, come quella finita nei miei appunti: "Questi toltechi erano veramente saggi".
Con gli indios Nahua
Sette ore di pullman ci portano dallo stato di Hildago ai confini con lo stato di Veracruz, dove i missionari Saveriani da una quindicina d’anni dirigono due parrocchie nella diocesi di Huejutla. La comunicazione si fa più difficile non solo perché l’asfalto non raggiunge ancora la prima delle due parrocchie, ma soprattutto perché lo spagnolo cede il passo al Nahua nel linguaggio popolare ed anche in quello liturgico, dove cerchiamo di partecipare con un supplemento di fede e di fantasia.
Le dimensioni di Santa Cruz, la parrocchia che ci ospita, quasi equivalgono ad una piccola diocesi del nostro meridione con più di trenta comunità, ciascuna con una popolazione che oscilla da alcune decine a qualche centinaia di capifamiglia. La prima categoria europea che "salta" è quella del tempo perché se la domenica, come giorno del Signore, è il primo giorno della settimana, da queste parti può essere domenica ogni giorno della settimana, quando il padre può farsi presente per la Messa, un matrimonio, le prime comunioni o qualsiasi altra solennità religiosa. Dai Nahua ho senz’altro imparato a guardare meno l’orologio; ma più ancora mi ha colpito il profondo e ricco senso di comunità che regola la loro vita.
Nelle necessità, pericoli, malattie, morte, la comunità è la spina dorsale che sostiene le parti deboli e bisognose.
È la comunità che elegge le varie autorità, rinnovabili a tempi determinati, per dirigere lo svolgersi delle varie attività. Non fanno eccezione il catechista o l’incaricato della cappella. È la comunità che organizza la "faena": lavoro comunitario, settimanale, obbligatorio per lavori di ordinaria amministrazione, come la pulizia di una strada, oppure il lavoro straordinario nella preparazione di una festa.
Il senso di ospitalità è il fiore all’occhiello della struttura comunitaria.
Il problema non è mai come chiedere, semmai come rifiutare una bibita fresca o almeno una tazza di caffè. Se poi si tratta di una presenza prolungata per qualche lavoro nella cappella, ci pensano il pollo o il maialino di turno a farne le spese, sempre accompagnati dalle "tortillia" di mais.
Cercando di capire
"A che servono? Quale frutto da queste esperienze missionarie?". Difficile, quasi impossibile rispondere se chi pone la domanda non ne ha fatto l’esperienza. Per tentare una risposta può servire qualche appunto dalle condivisioni di gruppo che caratterizzano lo svolgersi dei viaggi organizzati dalla Pontificia Unione Missionaria.
Sbotta un seminarista: "Non puzzano di paternalismo certe cappelle che si distinguono come la migliore costruzione della comunità?"
Non si innervosisce il missionario che da anni condivide con la popolazione il peso delle giornate, e che spiega come la costruzione della cappella è durata almeno due, tre anni, mentre l’efficienza occidentale l’avrebbe inaugurata dopo tre mesi. Il cammino della costruzione è stato il cammino parallelo della nascita e sviluppo della comunità.
C’è poi ben altro oltre il significato di cappella come luogo di preghiera. C’è una realtà che sfugge al turista occidentale. La cappella è anzitutto il cuore della "festa" che porterà più tardi alla dimensione religiosa come noi la intendiamo. È la festa che rivela l’uomo a se stesso, che lo fa sentire cittadino, gli fa vivere l’interdipendenza per farlo rinascere e maturare come cristiano. La festa è il canale dove passa la fede anche dove manca il prete.
La festa può diventare un cammino di catechesi se il padre sa prepararla, seguirla, evangelizzarla.
"Però – interviene un altro seminarista – in molte cappelle non ho visto il tabernacolo!". La risposta parte da lontano e non si preoccupa di sembrare perdente: "Porta pazienza! Arriveremo anche là. Per ora ci interessa formare una comunità che celebra e che si lascia coinvolgere per evitare di calpestare il fratello, per evitare che si ripeta la visita del fariseo che si sente a posto di fronte al tabernacolo. Con più preti che prenderanno cura del tabernacolo arriverà anche il Cristo dell’adorazione. Ci sono valori della cultura locale che possono essere riconosciuti come preparatori e integranti dei sacramenti, soprattutto nel Battesimo e Matrimonio, ma si tratta di un cammino lungo e difficile perché la fede della nostra gente è ancora bambina e poco evangelizzata".
Un segno liturgico indimenticabile è il linguaggio dei fiori, eco delle rose rosse di Castiglia che Juan Diego colse sulla collina del Tepeyac in quel freddo 12 dicembre 1521, come segno del messaggio di Maria per il vescovo Zumarraga. È un segno che si ripete nelle cappelle più sperdute e più povere, quando l’anziana signora si avvicina timidamente alla mensa eucaristica o il bambino si alza sulla punta dei piedi per arrivare a deporre sull’altare un fiore che esprima la sua partecipazione e la sua fede.






