Le ‘altre’ macerie della guerra
In un campo di periferia, una squadra di calcio giovanile svolge il suo allenamento settimanale, seguendo le indicazioni dell’allenatore. L’atmosfera è quella di sempre tra divertimento e applicazione. La novità, però, è che ci sono due ospiti, figli di famiglie ucraine fuggite dal proprio Paese, dalle proprie case. Uno di loro è di lingua russa e ciò basta per far partire una vera aggressione verbale da parte della mamma del ragazzo di lingua ucraina verso gli altri genitori. “Voi avete voltato le spalle alla nostra Patria, siete dei traditori!”. Il tranquillo pomeriggio si accende all’improvviso. E sugli spalti non c’è la solita, triste e indecorosa gazzarra tra genitori divisi dal tifo o dalle scelte di gioco. Tocca agli altri presenti calmare gli animi, spiegare che entrambi sono vittime di uno stesso dramma, in fuga dalle macerie, anche interiori. Eccole qui le ‘altre’ conseguenze non previste di un conflitto che, al momento di andare in stampa, è ancora cruento e sembra senza una fine. E mentre si svelano tragedie, mentre si scoprono le pagine orribili che coinvolgono senza pietà direttamente persone inermi, mentre le immagini spietate e fredde del fronte contrastano con la nostra primavera esplosa in tutti i suoi colori ed il suo calore, accade anche questo nelle terre in cui si accoglie. Il caso Ucraina fa emergere scontri etnici che nessun analista politico, nessun attento osservatore aveva previsto. E le testimonianze delle famiglie ospitate dai saveriani non fanno che confermare tutto ciò (vedi pagina 4-5). Sembra che l’annessione della Crimea avvenuta nel 2014 non ci abbia toccato granché. Badavamo a stringere affari e questo non ci coinvolgeva più di tanto, né i nazionalismi che nascevano in Ucraina, né le risposte di Putin. Faccende di cortile del presidente russo, l’importante è che si pompi gas e che le attività economiche non si blocchino… Perfino il club calcistico del Donetsk, lo Shaktar, non giocava più le partite di casa nella propria regione per motivi di sicurezza. Ma, anche in questo caso, the show must go on.
Ora tutti ad invocare la pace, la necessità di una trattativa, di un’altra via all’invio di armi, all’abbassamento dei toni, pure verbali, per evitare l’escalation. Si leggono analisi, articoli, appelli accorati e profondi… si assiste a marce e ad iniziative umanitarie commoventi. In risposta, ci sono bombe e distruzioni, anche da chi ti aspetteresti non tirasse in mezzo Dio e la guerra giusta.







