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La tomba nel cortile di casa, Chi muore resta dov'è vissuto

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Lo scorso inverno ero in Bangladesh per una visita alle missioni, dopo quarant’anni di assenza. Il 2 febbraio, festa della presentazione di Gesù al tempio, mi trovavo nel villaggio dei pescatori a Machmara e ho celebrato Messa per la comunità cristiana. Più precisamente mi trovavo nel cortile di casa di Dhana Duni, una donna che avevo conosciuto 42 anni fa, quando frequentava la mia scuola.

Nella vita di ogni giorno

A quel tempo, Dhana era un’orfanella di 12 anni. A 14 si è sposata, senza neppure finire la scuola elementare. Ha avuto cinque figlie e le ha fatte studiare tutte. Una di loro è suora. Un’altra è sposata e ha già due bambini. La figlia più piccola studia all’università di Dhaka. Un’altra è venuta in Italia e lavora a Cremona, per aiutare la famiglia ed evitare che la mamma si ammazzi per il troppo lavoro che deve fare.

Al mio arrivo, dopo un commosso abbraccio, Dhana mi ha chiesto di dire una Messa per suo papà Boscionto, vicino alla sua tomba che si trova nel cortile di casa, a pochi metri dal recinto delle galline e dal pukur, il laghetto che raccoglie l’acqua piovana.

La tomba è povera e spoglia, costruita con semplice argilla, senza segni esteriori: non c’è foto né nome; non ci sono fiori né ceri. È pulita e ordinata. Soprattutto, si trova circondata dalle persone care e dalle cose vive di ogni giorno: le grida dei bambini che giocano a rincorrersi, le discussioni degli uomini, le chiacchiere delle donne, il chioccolio della galline e il canto insistente del gallo.

Quel gallo mi ha salvato!

La Messa era fissata per le ore 15 e il cortile era preparato a festa. Le coperte erano stese a terra; un telone dai colori vivaci era appeso in alto per proteggere le persone dal sole. C’era anche un piccolo tavolo che faceva da altare e un mazzetto di fiori in un bicchiere. Il catechista aveva portato tutto il necessario per la celebrazione: le ostie, il vino, i libri, le vesti.

Ero emozionato come non mai, anche se mi ero preparato a leggere e a dire alcune parole in lingua bengalese. La mia testa e il mio cuore bollivano come una pentola sul fuoco. La gente, arrivata in buon numero, era seduta per terra davanti a me e cantava, accompagnata da un piccolo harmonium. Mi raccomandavo al Signore e respiravo profondamente, per paura di svenire dall’emozione. Il gallo, che non finiva più di cantare, è venuto in mio soccorso, rincorrendo una gallina alle mie spalle. Quella distrazione è stata la mia salvezza. Sono riuscito a sorridere e a riacquistare la calma, portando a termine la Messa senza gravi intoppi.

Un cristiano povero e mite

A conclusione della Messa, c’erano dolci per tutti i partecipanti. Hanno voluto fare una foto-ricordo con il celebrante, i chierichetti, i cantori, i parenti di Dhana. Le offerte raccolte durante la Messa sono scomparse, non so come. Penso che solo Boscionto abbia visto dal cielo, e forse anche sorriso.

Il suo nome significa "primavera". L’ho sentito vivo e presente ancor più di quando viveva tra quelle capanne e camminava in quel cortile. Alla sua morte, il corpo non è stato buttato, come fanno molti hindu, nelle acque vorticose di un fiume. Non è stato bruciato su una catasta di legna per spargerne le ceneri sulle onde che corrono al mare, in attesa della reincarnazione in un altro essere vivente.

Boscionto era un cristiano; uno di quei “poveri” che Gesù ha chiamato “beati, perché di essi è il regno dei cieli”. Era uno di quei “miti che possederanno la terra”. Boscionto ha creduto in Cristo risorto e ora condivide per sempre la sua pace e la sua gioia eterna. Ha sofferto, ha pianto, ha amato.

Ma poi ha sentito le parole del Signore: “Beati voi: grande è la vostra ricompensa nei cieli!”.



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