La stanza di sopra
LA PAROLA:
Gli apostoli allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria la madre di Gesù, e ai fratelli di lui. (At 1,12-14)
Nel primo atto del tempo della chiesa, Gesù, tornato al Padre, non si rende visibile che nella fede e nel sacramento. Tale tempo vede un percorso condiviso degli Undici da Betania, luogo dell’Ascensione, fino alla vicina Gerusalemme e direttamente verso una stanza “al piano superiore”. Una stanza abbastanza grande per contenere un gruppo numeroso e molteplice.
Ci sono gli Undici, uniti dalla comune chiamata, ma diversi per le loro storie personali e, nel tempo vissuto con Gesù, anche concorrenti. Ci sono le donne, probabilmente quelle che avevano seguito Gesù dalla Galilea (cf. Lc 8,1-3) fino al calvario e al sepolcro aperto, il mattino di Pasqua. Ci sono i fratelli di Gesù, che avevano stentato a credere in lui (cf. Gv 7,5) e che solo l’apparizione del Risorto aveva convinto alla fede. E c’era Maria, la madre di Gesù, come a cementare, con la sua maternità, quel gruppo composito.
Qualcosa di grande stava per cominciare
e lei sapeva per esperienza come avvengono le cose di Dio: nel silenzio e nella totale disponibilità alla sua iniziativa. Così era avvenuto per la nascita di suo Figlio. Maria è là come a guidare l’attesa orante del grande Dono di Cristo e del Padre che crea la vita nuova: lo Spirito Santo. Perseveranza e concordia nella preghiera sono le caratteristiche di questa chiesa già in germe e Luca vi tornerà a più riprese nei suoi Atti degli Apostoli.
Nell’essenzialità del suo racconto, i dettagli sono preziosi. Questa costante e concorde preghiera avviene nella “stanza alta”. Fin dai tempi di Elia e di Eliseo, la stanza alta era quella costruita sopra il pianterreno, la stanza della preghiera e delle grandi opere di Dio. In una stanza alta Gesù aveva fatto preparare la cena dell’addio ai suoi, e, forse, si tratta proprio di quell’indimenticabile stanza (cf. Lc 22,12).
Ogni vita quotidiana, fatta necessariamente di pianterreno,
di faccende quotidiane, di incombenze, anche di momenti distensivi, deve avere una stanza alta per poter diventare capace di perseveranza e concordia. Come magistralmente scrisse don Tonino Bello, la stanza alta è il luogo della nostra libertà, dove i nostri comportamenti non sono reazioni agli atteggiamenti altrui, ma vere scelte. È la stanza da cui si vedono i vasti orizzonti, oltre gli spazi angusti dei nostri interessi. È la stanza dove si diventa capaci di portare gli sgarbi della vita con pace profonda e dove la gioia non viene scalfita dalle delusioni del pianterreno, né diventa ubriacatura per transitori successi. Solo nella stanza alza si coglie la bellezza delle beatitudini, si è affascinati dalla logica della vita donata e la vita eterna diventa un’esperienza già cominciata. Lì, l’amore diventa fedeltà più forte di tutto, lì il perdono si fa vero e liberante.
Ogni famiglia è invitata
a curare quella stanza e a frequentarla, come ogni comunità cristiana e ciascuno di noi. Vi si arriva per grazia lasciandosi attirare. Si entra per abitarvi stabilmente, anche in mezzo agli impegni del pianterreno. Chi la abita conosce la leggerezza e la tenerezza, vive nella gioia e porta in cuore una speranza per il mondo.







