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Il Bimbo nasce anche a Buenaventura, Colombia

Grazie di cuore per l'aiuto di "Missionari Saveriani". È vicinissimo il Natale e quest'anno lo sento forte. Però con nessuna, nessunissima poesia del presepio. Qui la poesia ti scappa tutta, ma tutta, completamente. Vivere l'Avvento è  vivere la  drammaticità della situazione, che continua a peggiorare, e intanto sperare che Dio non rinunci a scendere tra noi. Perché solo Lui può essere la risposta ai drammi di questa povera gente. Tante volte mi sento Pietro che cammina sulle acque, e che continuamente vive il pericolo di ascoltare più la forza del vento che il comando "vieni" e così incominci a sprofondare.

Sprofondare è facile in questa situazione così drammatica (economicamente, moralmente, socialmente, politicamente) che però non spinge a risposte decise, coraggiose, perché è così subdola la forma di violenza che mette un senso di totale insicurezza, di impotenza e di frustrazione che impedisce qualunque reazione.

Solo negli ultimi sei mesi, in Colombia, sono stati assassinati sette giornalisti. La mia presenza continua nel quartiere la Libertad (in pochi mesi 9 omicidi) ha lo scopo di far riscoprire ad ogni abitante la propria dignità di figlio di Dio. Nessun romanticismo: la povertà, frutto dell'ingiustizia sociale, non è un bene; ma, osservati con gli occhi della fede, i poveri sono la prova più grande della Resurrezione perché non perdono la speranza.

Molti provengono dalla campagna, fuggiti a causa della violenza o per trovare qualcosa da fare nel porto di Buenaventura. Però a causa della mancanza di lavoro sono costretti a trasformarsi in venditori ambulanti, in manovali o, peggio, in  disoccupati. Un problema grave è quello dei bambini, spesso abbandonati a se stessi o vittime della violenza, abituati alla legge della prepotenza. A volte gioco con loro anche per dare una figura diversa di maschio, senza la brutalità che conoscono nei padri, o meglio nell'uomo che vive con la madre, che quasi mai è il padre.

Questa è una notte speciale: è il sette di dicembre la chiamano la notte del "allumbrada". In tutte le case (moltissime sono solo poverissime baracche di legno o di pochi mattoni senza intonaco e a volte senza luce elettrica, acqua e fogna) si accendono  piccole e timide candele; e dietro queste luci ci sono volti, braccia, cuori, vite che sto imparando a conoscere, ad amare. Dicono che lo fanno per accogliere la Vergine Maria che passa per queste strade, che finalmente, una volta all'anno, hanno  pulito in maniera speciale. Ho voluto essere anche io una piccola luce e così con un autoparlante da baraccone di fiera ho inviato il mio messaggio di speranza al quartiere dove lavoro: 7 mila abitanti, una parte dei 60.000 della parrocchia; però solo Dio sa veramente quanti sono.

Volevo essere con loro come una luce e pregare Dio perché vinca l'oscurità della violenza di tutti i giorni, che presto avrebbe trovato un simbolo chiaro nella forza dei poderosi amplificatori messi a tutto volume e le bevute di "agua ardiente". È un anno e mezzo che condivido i sogni che svaniscono, le speranze che si affievoliscono; la violenza quotidiana, sentimento di non contare, di non essere ascoltati e dimenticati di questa povera gente. Mi sono messo a condividere tutto, lavorando anche fisicamente ogni due domeniche come muratore con i pochi uomini che vanno a messa per costruire un piccolo presbiterio ( due gradini) e dietro un bagno e una piccola sacrestria.

In alto devo chiudere perché mi piove dentro. Il tutto con la collaborazione della gente: lavoro gratis, campagna del mattone, organizzando lotterie per racimolare qualcosa. Mi verrebbe più facile fare il tutto velocemente, ma si darebbe l'immagine del "paperon de paperoni" che fa tutto con i soldi che vengono dall'Italia, anche se questi sono necessari per non finire i lavori nel 4° millennio. Devono sentire che hanno costruita loro la propria chiesa. Tutto questo condividere è per poter annunciare che Dio non si è dimenticato di loro, che Dio li ama.

I miei collaboratori laici mi stanno insegnando una fede che passa attraverso la sofferenza. Credo davvero che sia una grande ricchezza vivere l'esperienza di questo popolo dove la sofferenza è parte della vita, così come la gioia e la felicità. Sì, fare Natale è dare spazio a Dio che viene nell'umanità.



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