La Quaresima di ieri e di oggi
Ricordo la sera del martedì grasso del 1965 nel seminario saveriano di Alzano. Eravamo tutti a far festa nel grande salone, sotto le aule scolastiche, che si affacciava sul giardinetto con l’altare e la statua della Madonna che abbiamo tuttora nel nostro giardino. Mancavano pochi minuti al suono del campanello di fine ricreazione che, di fatto, coincideva con l’inizio della quaresima. Ci siamo messi tutti a gridare come se fossero gli ultimi istanti di libertà. Una cosa incredibile, da rovinare i timpani! Poi il campanello è suonato imperioso e un silenzio irreale ci ha avvolto tutti, che in fila ci siamo diretti nella grande cappella sotto lo sguardo maestoso del Cristo in croce per iniziare la Quaresima con le preghiere della sera.
La vita di Quaresima vissuta in famiglia era praticamente la stessa di tutti gli altri giorni, salvo i dolci che dopo le frittelle del carnevale non ci sarebbero stati più. La colomba di Pasqua e l’uovo di cioccolato erano troppo lontani. Per il resto, questo tempo era scandito dal catechismo dopo la messa prima di andare a scuola, da don Franco che ci faceva religione a scuola e dai paramenti viola che ci avrebbero accompagnato per 40 giorni. Era un tempo austero, direi quasi triste, e la parola che dominava era Penitenza.
Ma oggi cos'è davvero la Quaresima?
È un tempo liturgico che nasce nei primi secoli del cristianesimo. Già nel 300 la Chiesa aveva stabilito un tempo di 40 giorni di preparazione alla Pasqua. Il numero 40 ha un forte valore simbolico nella Bibbia: ricorda i 40 giorni di Gesù nel deserto, tra digiuno e tentazioni; i 40 anni del popolo d’Israele nel deserto; e i 40 giorni del diluvio universale. In origine era soprattutto un tempo di preparazione per catecumeni e in Africa, nelle nostre missioni è ancora così.
Col tempo è diventato un periodo di rinnovamento spirituale per tutti i fedeli, una conversione interiore che prepara alla celebrazione della risurrezione di Cristo. Tutto gira intorno alla preghiera, per rafforzare il rapporto con Dio, al digiuno e alla penitenza. Il vero digiuno non si limita alla rinuncia del cibo, ma riguarda tutto ciò che rende l’uomo schiavo: l’egoismo, l’indifferenza, il rancore, l’eccesso di parole vuote. Digiunare significa fare spazio, liberare il cuore per renderlo capace di accogliere Dio e gli altri. Il digiuno autentico, quindi, non impoverisce, ma arricchisce interiormente. La sobrietà ci aiuta a non perdere tempo seguendo aspetti vani della vita.
C’è poi la carità, come attenzione concreta verso gli altri, soprattutto i più bisognosi. Non è un tempo di sola rinuncia, ma di cammino, crescita spirituale, riflessione e ritorno all’essenziale. Non un tempo di sottrazione, ma un tempo di fioritura di opere e di pensieri buoni. La Quaresima serve a far nascere ciò che conta davvero. Dio non chiede sacrifici sterili, ma cuori vivi. Convertirsi non significa diventare persone più cupe o perfette, ma persone che guardano la vita come la guarda Dio, con fiducia, misericordia e compassione.
La quaresima ci deve aiutare a scoprire un Dio che non giudica, ma rialza, non punta il dito, ma tende la mano. La preghiera non è fuga dal mondo, ma ascolto profondo della vita; la carità non è semplice elemosina, ma scelta di attenzione, vicinanza e cura verso chi soffre. La Quaresima diventa un tempo in cui la fede si traduce in gesti concreti di amore, per diventare più umani, più veri, più capaci di amore,
Così tornando a quel marzo 1965, la mattina del mercoledì delle ceneri, quando abbiamo alzato le tapparelle abbiamo scoperto che il grande cedro del nostro giardino era ricoperto di neve e con lui tutta Alzano. Fu un’emozione. Era come se il tempo benedetto della quaresima avesse purificato il nostro mondo, la nostra vita con una coltre di candida neve.







