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Quando un’esperienza tocca in profondità non la si dimentica mai. E allora raccontarla diventa una necessità perché ciò che è bello non deve restare nascosto.

Negli anni in cui ho lavorato a Belém (1980-90) normalmente trascorrevo la fine della settimana visitando una delle “missioni” sparse sul fiume Acarà, uno dei tanti affluenti del Rio delle Amazzoni. Uscivo dal seminario con due o tre studenti di teologia verso le 7 del mattino per andare al porto. Quella volta era sabato santo. Dopo circa due ore di viaggio con una barca gremita di persone, animali e oggetti, siamo sbarcati. C’era solo un piccolo sentiero che si perdeva verso l’infinito.

In barca, ma senza cavallo

L’imbarcazione intanto era scomparsa dietro la curva del fiume sempre più stretto. Per la verità avremmo dovuto trovare ad accoglierci alcune persone con un cavallo. Ma dopo quasi un’ora di attesa, non appare nessuno. Così, abbiamo iniziato il cammino a piedi verso il villaggio, sotto il sole equatoriale. A Dio piacendo e gambe permettendolo, arriviamo a Jaquerequara.

L’accoglienza è festosa. Joaquim, responsabile del villaggio, a nome di tutti ci dà il benvenuto. “Ci dispiace di non essere venuti a prendervi, ma proprio oggi il cavallo non stava bene”. All’invito di lavarci, non abbiamo esitato, anche per smaltire la fatica di tre ore di cammino. Una famiglia ci ha offerto del cibo più che sufficiente per riempire il nostro stomaco.

La notte sotto le stelle

Prima del tramonto facciamo una riunione con i membri dell’equipe della comunità per concordare il programma della nostra permanenza. Consumiamo una cena frugale all’aperto sotto un grande mango che fa anche da cappella. Una luce a gas illumina a sufficienza il luogo; è il momento della preghiera e della penitenza. Non mancano i canti ben animati che danno alla celebrazione un tono festivo e solenne. Io mi sposto sotto un altro albero di mango per ascoltare le confessioni.

Ricordo ancora quella notte sotto le stelle, mentre alcuni adulti si accostano alla penitenza con fervore.

L’indomani la sveglia suona piuttosto presto e con spari di mortaretti. È la Pasqua di resurrezione. Il senso della festa si avverte anche perché la gente dei dintorni comincia ad arrivare, tutti ben vestiti. I più a piedi, tenendo per mano i piccoli o portandoli sulle spalle; altri con le canoe che parcheggiano poco prima di arrivare al villaggio per darsi l’ultima lavatina e magari mettere qualche goccia di profumo comprato al mercato di Belém.

''Dio ci ama davvero!''

Non posso dire “all’ora stabilita”, ma a un certo punto mi è parso che possiamo finalmente dare inizio alla celebrazione della Messa di Pasqua. Naturalmente il mango, con i suoi rami carichi di anni, fa da ombrello per ripararci dal sole forte, che da alcune ore splende nel cielo. Tutto si svolge con solennità anche se in modo semplice. Piccoli e grandi, donne e uomini, partecipano con un indicibile entusiasmo a questo grande evento. Il tempo è volato.

Verso la fine della Messa, Joaquim prende la parola: “Non abbiamo più dubbi che Dio ama la nostra comunità sperduta nella foresta. Oggi Dio si è ricordato anche di noi. Questo ci riempie di gioia. Grazie, padre Domenico!

È la prima volta che nella nostra comunità si celebra la Messa nel giorno di Pasqua. Per noi è un segno grande che Dio non si è dimenticato di noi. Grazie per il bel regalo che ci hai fatto!”.

Il pranzo pasquale tutti insieme è a base di manioca, riso e fagioli. Il viaggio di ritorno a Belém (il cavallo, guarito, ci ha accompagnato per la prima parte del tragitto) è veramente all’insegna della gratitudine e della gioia per l’incontro vissuto in questa Pasqua indimenticabile.



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