La mia vita per dirgli “grazie”
"Amore”, il miglior nome di Dio - La mia vita per dirgli “grazie”
Il 18 marzo Utomo Wijayanto, indonesiano, ha fatto la “professione perpetua”, esprimendo in questo modo la sua decisione di far parte per sempre della famiglia saveriana. Il giorno dopo è diventato diacono e prossimamente sarà ordinato sacerdote nel proprio paese. Per “Missionari Saveriani” ha raccontato la sua esperienza di vita.
Sono nato a Yogyakarta, nel cuore dell'isola di Giava, in Indonesia. La maggioranza della popolazione è musulmana. Anche la mia famiglia era musulmana. A scuola frequentavo le lezioni di religione islamica e ogni giorno mi recavo alla moschea per pregare e giocare con i miei coetanei.
Le preghiere della mamma
Mia madre, nonostante si fosse dichiarata musulmana sulla carta d'identità, recitava ogni giorno il rosario e mi educava secondo i valori cristiani che aveva ricevuto dal nonno. Ricordo bene quando, da bambino, mi insegnava le preghiere, alla sveglia del mattino e la sera prima di andare a letto. Un giorno mi ha chiesto di accompagnarla al mercato. Ma prima mi ha portato in chiesa. Da quel momento, ho cominciato a frequentare la comunità cattolica. Ho ricevuto il battesimo a 12 anni.
La testimonianza di preghiera di mia madre è stata determinante per la mia scelta. Da bambino, infatti, la spiavo spesso, oltre la tenda della porta del magazzino, mentre recitava il rosario di nascosto, dietro i sacchi di riso, con il volto sereno ma anche con le lacrime agli occhi, perché mio papà era contrario.
La grande paura di Allah
Quando avevo cinque anni andavo spesso alla moschea. Una volta, il nostro imam ci ha portato dei fumetti per spiegarci chi è Allah . Vi erano rappresentati dei peccatori castigati da Dio: il taglio delle mani per i ladri; il taglio della lingua per i bestemmiatori.... Da quel giorno si è stampata nella mia mente la terribile immagine di Dio, come giudice spietato degli uomini. Ho cominciato ad aver paura, soprattutto pensando all'ora della mia morte e al giudizio di Dio.
Terminata la scuola superiore, mi sono iscritto all'accademia militare perché volevo diventare soldato. La paura della morte non diminuiva, anzi aumentava ogni giorno, finché sono crollato. Avevo bisogno di pace interiore. Sentivo il bisogno di Dio, ma non di quel Dio terribile dei fumetti . Nella mia crisi non sapevo a chi ricorrere, fino al giorno in cui il mio parroco mi ha invitato a fare un ritiro nel monastero dei benedettini. Tornato dal monastero, la mia paura non passava, ma nel mio cuore era rimasta impressa la testimonianza della preghiera dei monaci, il loro silenzio, la loro tranquillità e pace interiore.
Come capire chi è Dio?
Con il tempo, scoprivo che solo la parola di Dio illuminava la mia vita e sanava la mia paura. Ho iniziato così a leggere almeno un brano della bibbia ogni giorno, per capire meglio chi era Dio e com'era il suo modo di stare con gli uomini. La mia idea di Dio, però, diventava sempre più confusa e ho lasciato da parte la bibbia per tre mesi.
Un giorno mi sono trovato in mano un libro di sant'Agostino. L'ho letto con avidità, rimanendo colpito dal famoso racconto del bambino che scava una piccola buca sulla spiaggia, con l'intenzione di versarvi tutta l'acqua del mare. Quel racconto simbolico mi ha aiutato a uscire dalla crisi. Non potevo pretendere di capire tutto di Dio e di far fronte alla mia paura chiudendomi in me stesso: dovevo soltanto fidarmi di Lui.
“Il vero Dio è amore”
Quando sono entrato dai saveriani, in noviziato, ho scoperto che la parola migliore per esprimere Dio è “amore”. Il Signore Gesù Cristo mi ha liberato. Lui è il mio rifugio; la mia anima trova pace in lui. Allora voglio offrire la mia vita per lui: è il mio ringraziamento per tutto quello che mi ha donato. Lui mi ha dato la vita, non la morte.
Oggi, milioni di giovani dell'Indonesia e del mondo non conoscono ancora il Dio che Gesù ci ha rivelato.
Sento che la mia vocazione è di annunciare loro che Dio è amore!








